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21 novembre 2017

Lettere

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04.11.2017

Grasso, la legge
e la fiducia

Egregio dittore, personalmente non ho dubbi: Piergiorgio Frassine, nella sua risposta di mercoledì 1 novembre al mio ultimo «Domenicale», ha ragioni da vendere, io solo qualche parola da spendere per dire che il riferimento a Piero Grasso, che stimo al di là della sua reprimenda (tardiva, convengo) post approvazione del «rosatellum», non toccava le sue convinzioni politiche e i suoi diritti di libero cittadino, ma la natura della «questione di fiducia», materia che i Padri Costituenti hanno messo lì non per deliziare gli umori di qualcuno, ma per consentire ai governanti «turnari» di superare ostacoli altrimenti invalicabili. Di fronte alla manifesta volontà di bocciare un’ altra legge di riforma elettorale (bella o brutta, buona o cattiva è altro discorso) sollecitata da tanti e auspicata da tutti, a mio personalissimo parere non per alte ragioni di principio ma per normali ragioni di sussistenza, resto convinto che la scelta di porre la «questione di fiducia» fosse una scelta obbligata, benché non la migliore. Liberissimo Grasso di pensarla in modo diverso, di andarsene sbattendo la porta e di agire da comune cittadino pur avendo l’onore e l’onere di essere il Presidente del Senato. Libero anche Frassine di intendere il riferimento al popolo capace di dire comunque e solo «no» un populismo di facile commercio piuttosto che un dato di fatto. Però, libero anch’io di pensare che il «senso di appartenenza» non dipende dal volume con cui viene gridato o dal pulpito da cui viene annunciato, ma dalla convinzione che per crescere insieme nella verità che rende liberi servono tanti testimoni ma pochi maestri. Non sono testimone e neppure maestro; sono un «domenicalista» che riassumendo cronache e umori diventa ora becchino, ora levatrice del tempo.

Luciano Costa

BRESCIA

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