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20 novembre 2018

Lettere

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09.09.2018

L’eredità di Martinazzoli

Egregio direttore, era il 4 settembre 2011 quando Mino Martinazzoli ci ha lasciati. Mi ha lasciato in silenzio, in punta di piedi, nel segno della riservatezza e della semplicità. Martinazzoli visse la politica come impegno morale. Il legame indissolubile tra giustizia e libertà e i diritti fondamentali degli uomini furono la ragione della sua adesione alla Dc. Ma negli anni ’90, quando era ministro, esisteva anche la mera politica delle parole, della carta stampata, delle immagini televisive. In generale obbedisce a regole tradizionali che hanno quasi il sapore di ritualità formale. Evoca miraggi di realtà avulse dal presente temporale, evanescenti non appena la parola diviene passato immediato. Elude i problemi della vita quotidiana e i fatti incombenti che divengono nuvole sfumanti nel nulla alla luce del sole. Tutto questo perché? Per perseguire le finalità di chi vuole continuare ad emergere, valere, servirsi delle cose ed essere personalità indispensabili. Piccola o grande che sia. Ritengo che l’allora ministro Martinazzoli aveva davanti a sé un quadro politico contingente che gli suggeriva la considerazione sopra sintetizzata, dichiarando con amarezza che, raggiunti i 60 anni, si sarebbe collocato in pensione, o meglio, ritirato a vita privata. Forse voleva dire che, per evitare l’andazzo, c’era la necessità di chiamare uomini nuovi a risolvere annosi problemi che annoveravano tante innovazioni osservate da chi li aveva visti nascere nel corso della carriera politica e non aveva mai dato un contributo decisivo a toglierli dall’ordine del giorno e della vita reale e nazionale. Il ministro, forse (conoscendone la dirittura morale che gli faceva porre la propria persona al servizio della politica), era in fase di sconforto e di sottile polemica mentre pronunciava quella dichiarazione. Allora ricordo che gli dissi: «Se le può essere di conforto, sappia che la stragrande maggioranza di cittadini italiani, quelli che non amano le volpi nel pollaio, prova lo stesso stato d’animo». Quante commissioni parlamentari d’inchiesta si sono insediate nel corso dei decenni? Quali risultati? Un nugolo di possibili colpevoli, non di colpevoli certi! Che dire del fisco? Che dire del lassismo civile e dei servizi nella vita sociale? Che cosa pensare dei ricatti corporativi di categorie che pretendono di assicurarsi remunerazioni fuori dalla logica degli effettivi valori economici, comparti per qualità, produttività, utilità? Eppure il benessere è diffuso e fa dimenticare le isole di povertà e la grave condizione sociale e civile del Mezzogiorno d’Italia. E nel contempo il nostro Paese è la quinta potenza industriale del mondo, pur senza autosufficienza energetica: il capriccio di qualche anomalo capo di Stato, in nome di qualche religione intollerante, potrebbe farci chiudere le fabbriche. E il nostro debito pubblico, che si può contraddistinguere con l’eloquente emblema del serpente che si morde la coda? E molte altre cose si potrebbero qui aggiungere e non parole o formule o formulari partitici, a dimostrazione del fatto che l’Italia corre il rischio di essere una bella e polposa mela con un baco al suo interno, che va eliminato presto se la si vuole salvare. Per tutto questo dissi al ministro Martinazzoli: «Resti in servizio politico e veda un po’ se non le riesce di mandare a casa quelli che hanno sempre visto tutto, che sanno tutto, che hanno sempre detto tutto e il contrario di tutto, che amano il potere come se fosse una bella donna». Spetta ai giovani, che oggi intervengono nella società, che vogliono più giustizia, più democrazia, più civiltà, riscoprire sentimenti e principi ideali contenuti nella preziosa eredità morale di Martinazzoli. Ciao Mino, sei sempre nel mio cuore, la tua è stata una vita spesa bene per la libertà, la democrazia, la pace e la giustizia sociale. E rivolgo un caro saluto alla carissima Giuseppina. Renato Bettinzioli BRESCIA

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