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22 luglio 2018

Spettacoli

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25.03.2018

«Abito nel mondo. La fotografia mi ha salvato la vita»

Sara Melotti, fotografa bresciana, trent’anni, origini camune: «Quest for Beauty» è la sua indagine mondiale contro i canoni di bellezza
Sara Melotti, fotografa bresciana, trent’anni, origini camune: «Quest for Beauty» è la sua indagine mondiale contro i canoni di bellezza

Sai di essere davvero vivo quando stai vivendo fra i leoni. La citazione di Karen Blixen, mai troppo citata baronessa-scrittrice danese, campeggia sulla pagina Facebook di Sara Melotti. Che è blogger e pure influencer, conosce i social e li usa a fin di arte. I suoi scatti da fotografa che fissa istanti poetici un po’ ovunque, i suoi leoni domati in fondo all’anima per poi ritrovarli fra le distese fertili della Tanzania. «La fotografia mi ha salvato la vita», dice con i suoi occhi penetranti Sara. Che è bresciana perché è nata qui, e sui social si qualifica newyorkese perché è a New York che ha speso anni importanti, ma in realtà abita nel mondo. «La mia casa è qui», e indica dove si trova adesso, davanti a un computer rimodellato a taccuino che fatica a contenere il suo fiume di emozioni ed esperienze. Sara che ha trent’anni compiuti da poco (2 febbraio), ne dimostra venti e ha già vissuto più vite di un gatto. Che nella giornata internazionale per la salvaguardia delle donne ha colpito con i suoi racconti per immagini, di ritorno da un viaggio nell’India centrale con Action Aid. «Storie di violenza senza lieto fine». Melotti «creative e art director» di Rise & Shine Retreats, anima di Quest for Beauty, che ha scoperto la bellezza lontano dalle passerelle di moda che avevano visto decollare la sua carriera. Via da quella droga chiamata photoshop. Dentro la realtà che sa affezionarsi a una ruga. «Un giorno sono sul set - racconta -: mi ritrovo a fotografare una ragazzina di 14 anni, rossa di capelli, bellissima. Le sue pose ammiccanti. Di colpo diventa tutto sfocato, come se avessi preso una sberla in faccia, fortissima. Non è questo il mio posto. What the fuck are you doing? il mantra nella mia testa. Me ne devo andare. E inizia l’altra vita. Un progetto nuovo».

Brescia. Italia. E poi: Marocco, Stati Uniti, Hong Kong, Vietnam, Cuba, Messico, Francia, Irlanda, Etiopia, Kenya, Sri Lanka, Giordania, Tanzania. Non si ferma più?
No. Dopo Pasqua mi aspetta il Giappone. Poi la Birmania. Più vedo il mondo, più imparo, più sono felice.

A scuola sognava sui libri di geografia?
Ho frequentato il liceo artistico Olivieri, in città. Cosa ricordo di quei tempi: io che volevo danzare, tutti che mi dicevano Vuoi fare l’artista? Non ce la farai mai. Nel mio Dna c’era però l’eredità di un nonno supertecnologico amante della fotografia. Gianni. Era un alpino.

Cosa voleva fare da grande?
La ballerina. Nel 2009 mi sono trasferita in America. Quando ho capito che non avrei calcato un palco insieme a Britney Spears, mi sono trasferita a Las Vegas perché il mio ex lavorava lì. Mi dicevo che non potevo danzare a certi livelli per il mal di schiena, ma era un alibi per il mio ego. La paura di non farcela. Vivevo per ballare, non arrivare dove sognavo mi aveva fatto uscire di testa. Las Vegas, un postaccio.... E la relazione con il mio ex era tossica.

È andata in crisi?
Non sapevo più chi ero. Ho iniziato con lo Xanax. Volevo dormire. Sono sopravvissuta perché dopo qualche mese la famiglia del mio ex mi ha regalato una macchina fotografica. Qualcosa di buono è arrivato anche da lì. Tutto succede per una ragione. La gente è abituata a 5 sensi, al massimo 6. Gli artisti captano ciò che gli altri non sentono. Anche quando ballavo, a volte sparivo e finivo in un’altra dimensione. Per questo mi sono tatuata Alice in Wonderland.

Che sprofondava in un buco nero, e lì cominciavano le sue avventure.
Noi artisti questo siamo. Dobbiamo perderci nell’arte.

Lei scrive?
Sì, poesie. In inglese. Nel 2015 ho iniziato una sceneggiatura, a New York. Time Square deserta, «Down by the river» nelle cuffie. Da lì, come un flash, la storia di 5 ragazze ispirate e personaggi letterari: Juliet, Aurora, Alice, Dorothy e Ariel. Resta il ricordo della mia seconda estate nella Grande Mela: libertà totale, molto bohémien, Penthouse Village, in una casa di artisti. E la voglia pulsante di scrivere.

Anche un libro?
Sì, anche se scrivere mi risulta complicato. Una lotta con la mia resistenza. Ma... Fuck you, I’m an artist: vorrei fosse il titolo. Penso a un libro che racconti gli anni fra Italia e New York. Dieci anni imperfettamente umani.

Come definirebbe il suo approdo alla fotografia?
È un percorso naturale. Attraverso la macchina fotografica è maturata la mia attrazione verso l’arte. Ho sentito la prima scintilla, poi ho imparato a riconoscerla. Ho iniziato a studiare i maestri, Vivien Maier, Cartier-Bresson. A disegnare le fotografie che avevo in mente prima di scattarle. Ho cominciato a fare sul serio con la moda: venivo dalla danza, il mio stile era femminile. A Las Vegas ho iniziato a fare foto.

Primo cliente?
Una escort: mi ha pagato 400 dollari per un paio d’ore di lavoro. Mi tremavano le mani quando ho proposto il compenso. Posso farcela!, mi son detta. Ho iniziato a lavorare con agenzie di modelle, mi sono trasferita a Londra, ormai vivevo di quello e dopo un anno ero pronta per New York. Che paga meglio di Londra, Milano e Parigi. Non è stato facile trovare un appartamento, per una giovane immigrata, con i prezzi che girano là. Devi dimostrare che guadagni 5 volte più dell’affitto... Unica opzione: subaffittare. Ho trovato posto nel ghetto, a Brooklyn. Portando con me un bassottino cattivissimo salvato da Las Vegas. Mordeva tutti. Il suo ex? Purtroppo mi aveva seguito anche lui. Ma dopo 2 settimane mi ha messo le mani addosso. Prima e ultima volta. Dopo 5 anni di verbal abuse, abusi verbali, ho capito che poteva uccidermi. E mi sono staccata. Ho trovato una fatina in Steve, un ex eroinomane che mi ha ospitato e aiutato a sopravvivere a NY, che un piccolo calcio nel sedere te lo dà sempre e comunque. Città spietata, brutale, avviata verso un processo di disumanizzazione. Non si guardano negli occhi, a New York.

Com’è andata oltre?
Ho sentito di essere un artista e ho smesso di sentirmi in colpa per esserlo. È uno stato d’animo, un modo di essere. Seguo i miei sogni e quello che dico, incredibile!, ha effetto sulla gente. Ho incontrato in metropolitana a Londra una neuroscienziata esperta di cellule staminali, siciliana che viveva a Belfast, appassionata di fotografia. Ci siamo scambiate le mail. Tempo fa mi ha scritto: Volevo ringraziarti, parlando con te ho capito che dovevo lasciare il mio lavoro.

Quest for Beauty: la sua ispirazione?
Anthony Bourdain. L’idea del viaggio. Io ero stata a 8 anni in Tunisia, a 13 in Malesia. Il seme, che ha dato frutti nel 2015. Quest for Beauty: mostrare quanto i canoni della bellezza facciano male alle donne, ammazzando l’autostima. Vedere la donna come un corpo alimenta la disuguaglianza fra i generi. Le mie 5 domande, rivolte alle donne: cosa è la bellezza, qual è la cosa più bella del mondo per te, cosa rende belli, cosa rende non belli, ti senti bella? La mia mission, nata dalla svolta del primo viaggio da sola in Marocco, alla scoperta di una cultura diversa dalla mia. La mia strada. Il mondo.

Gian Paolo Laffranchi
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