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21 settembre 2018

Spettacoli

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04.09.2018

Convince il Van Gogh secondo Schnabel

Willem Dafoe  con il regista Julian Schnabel
Willem Dafoe con il regista Julian Schnabel

Paolo Dal Ben VENEZIA «Quando dipingo smetto di pensare». Lo dice Willem Dafoe interpretando Vincent Van Gogh e lo ripete lo stesso pittore-regista Julian Schnabel in conferenza stampa parlando della sua pittura e forse anche del suo film. L’arte nasce e fa tacere il pensiero e il dolore, è forse il distillato di una esperienza dolorosa. “At Eternity Gate” è il 12° film presentato alla 75esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia in concorso per il Leone d’Oro: è il sesto film del regista americano, tra i più noti e affermati pittori a New York. Alcune delle sue opere sono approdate al Metropolitan Museum e al Moma di Manhattan. Informale, scorbutico e provocatore Schnabel propone un film che non è una biografia su Van Gogh ma la visione loro (di Van Gogh e Schnabel) dell’arte e della natura e del mondo. La stampa e la critica alla fine della proiezione lo hanno applaudito per diversi minuti. Un successo si direbbe, stando alla liturgia consolidata in 75 edizioni della mostra di Venezia. Ma è presto per annoverarlo tra i film papabili per il Leone d’Oro. Sicuramente l’interpretazione di Dafoe è da premiare. Il film, hanno ripetuto insieme Dafoe e Schnabel, «non va a certificare i fatti biografici avvenuti o meno nella vita del pittore francese ma è una fiction e come tale crea emozioni» ma soprattutto mostra come Van Gogh vivesse la natura, il mondo e l’arte. «Sicuramente era lucido e consapevolezza della sua arte», sottolinea il regista. Tanto che in un dialogo Vincent dice al prete (Mads Mikkelsen) che gli chiede perché se Dio gli ha dato il dono di dipingere non riesce a vendere e soprattutto fa dei quadri che nessuno capisce: «Anche Gesù non era conosciuto quando era vivo, anzi il suo nome si è diffuso 30 o 40 anni dopo la sua morte». Van Gogh era lucido: era consapevole di essere in contatto con l’Eternità. Di fare e di essere una finestra aperta sull’immortalità. «Non mi interessa sapere se Van Gogh si sia suicidato o meno», dice il regista, «quello che sappiamo è che non c’è nessuna prova del suicidio, quello che però sappiamo è che lui ha detto sul punto di morte ‘Non date la colpa a qualcuno di quello che è successo’», ed è anche quello che dice Dafoe dopo essere stato colpito a morte da due ragazzi con una pistola. Il film è sostenuto da una interpretazione magistrale di Dafoe, che diventa lo sguardo attraverso il quale lo spettatore vede e sente quello che percepisce Van Gogh della natura, del mondo e dell’arte. Anche i suoi fantasmi, il suo dolore, la sua malattia. •

Paolo Dal Ben
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