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lunedì, 23 ottobre 2017

La diva degli scandali, una vita di misteri

Mary Astor con Humphrey Bogart nel film «Il mistero del falco» (BATCH)

Se una diva può sopravvivere a uno scandalo sfoggiandolo come un provocante accessorio, solo una grande attrice può far sì che passi in secondo piano davanti ai suoi meriti recitativi. E Mary Astor - l’indimenticabile dark lady del noir di John Huston «Il mistero del falco» - nata il 3 maggio 1906 a Quincy (Illinois) e spentasi trent’anni fa a Los Angeles, il 25 settembre 1987, grande lo era davvero.

Il suo vero nome (Lucile Vasconcellos Langhanke) sparì quando, adolescente, esordì nel muto, anche se, come avrebbe confessato in seguito, «il cinema non mi ha mai coinvolta davvero: stavo realizzando il sogno di mio padre» (che le fece pure causa per motivi economici). Ancora minorenne, divenne l’amante di John Barrymore e insieme a lui raggiunse il successo con «Lord Brummel» (1924) e «Don Giovanni e Lucrezia Borgia» (1926). La fine della relazione rischiò di affossarla subito, ma si salvò grazie alla voce ben impostata, che le permise di superare lo scoglio del sonoro e di lavorare con Victor Fleming («Lo schiaffo», 1932), Michael Curtiz («Il pugnale cinese», 1933) e William Wyler («Infedeltà», 1936). Proprio durante le riprese di quest’ultimo film scoppiò la bufera. Sui giornali apparvero stralci del diario privato di Mary (in cui l’attrice confessava diverse storie extraconiugali) e il secondo marito la trascinò in tribunale. La Astor ammise solo che il diario le era stato rubato e di avere una relazione con il commediografo George Kaufman: tutto il resto era falso. Vero o meno, il matrimonio finì, mentre la carriera di Mary entrò nella sua fase migliore grazie a «Il prigioniero di Zenda» (1937), «La grande menzogna» (1941, che le valse il Premio Oscar), «Ritrovarsi» (1942), «Incontriamoci a Saint Louis» (1944) e «Piccole donne» (1949). Poi, purtroppo, la depressione, l’alcolismo e la dipendenza da farmaci ebbero la meglio, portandola a tentare il suicidio. Seguì una lunga riabilitazione, aiutata dalla scoperta della fede cattolica e della scrittura, che privilegiò sempre più rispetto alle varie apparizioni cinematografiche e televisive. Salutò il cinema con il thriller di Robert Aldrich «Piano... piano, dolce Carlotta» (1964), ma, in tema di addii, impossibile non citare quello che le diede il duro Humphrey Bogart ne «Il mistero del falco» (1941): «Se fai la brava ci rivedremo più o meno tra una ventina d’anni. Se invece t’impiccano, ti ricorderò per sempre»