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19 ottobre 2017

Spettacoli

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04.10.2017

Replicanti quasi umani
in «Blade Runner 2049»

Sylvia Hoeks, Harrison Ford, Canadian Ryan Gosling e Ana de Armas durante la presentazione di Blade Runner 2049
Sylvia Hoeks, Harrison Ford, Canadian Ryan Gosling e Ana de Armas durante la presentazione di Blade Runner 2049

Un’enorme pupilla a tutto schermo e poi un’astronave che vola veloce su una desolata e infinita architettura bianca, un lampo e sparisce. Parte così «Blade Runner 2049» di Denis Villeneuve, coraggioso e stupendo sequel del capolavoro del 1982 di Ridley Scott che non fa rimpiangere quasi mai l’originale. Un’operazione fatta nel segno della malinconia e del rispetto che sarà in sala in 750 copie da domani giovedì con la Warner Bros. Di scena i sentimenti, quelli dei replicanti, a volte più umani degli umani, e quelli degli stessi umani che vivono in questa Los Angeles piena di pioggia, ologrammi pubblicitari, e dove è sempre notte. Di scena nel film, che ha come produttore esecutivo proprio Ridley Scott, l’amletico agente K (Ryan Gosling) della polizia di Los Angeles, un Blade Runner di nuova generazione (è un replicante nuovo modello) che sta sulle tracce di un mistero che potrebbe minare le sorti di tutta la società.

Per lui è ancora caccia ai replicanti ribelli (i Nexus 8, ormai fuori produzione), ma tra lui e la caccia c’è un importante segreto, sarebbe meglio dire un «miracolo», che potrebbe minare le sorti dell’intera società. K si mette così alla ricerca di Rick Deckard (Harrison Ford), ex Blade runner scomparso da oltre trent’anni. A complicare il tutto un black out digitale che venti anni prima ha cancellato ogni memoria.

Fin qui, tutto quello che si può dire di questo film protetto giustamente da più di un divieto, anche da parte dello stesso regista canadese di Arrival, che ha chiesto di non fare spoiler. Ma della trama si può certo ancora dire che K vive nella sua casa post moderna, con tanto di cucina a gas, con Joi (la bellissima Ana de Armas) - una super geisha digitale, o meglio una super Siri in carne e ossa virtuali - innamorata senza riserve di K e da lui riamata. Una donna che ogni uomo vorrebbe, capace come è di concedere al suo uomo di avere una relazione con una misteriosa «doxie» di nome Mariette (Mackenzie Davis) una volta scoperta che lui la desidera. Certo Joi non lascia solo il suo agente K quando lui si mette a fare sesso con Mariette ma, con digitale abilità, in una della scene più folgoranti del film, si sovrappone alla donna lentamente, pixel dopo pixel, tanto da entrare nel suo corpo e partecipare con lei del sesso che si sta per consumare. C’è poi Jared Leto nei panni di Niander Wallace, produttore cieco dei replicanti di seconda generazione, tanto buoni da essere angeli. Per lui la sopravvivenza dell’umanità sta proprio nel produrre sempre più replicanti schiavi, gli unici che possono garantire la sopravvivenza e lo sviluppo delle colonie extramondo. Scena cult del film, tra le tante, quella che vede un Elvis Presley, ologramma a grandezza naturale, che canta, tra mille disturbi di connessione (compare e scompare), in un teatro vuoto mentre K e Rick se le danno di santa ragione. Frase cult invece quella di Niander Wallace: «L’umanità non può sopravvivere. I replicanti sono il futuro della specie, i nostri schiavi. Ma non posso crearne di più».

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