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24 settembre 2018

Spettacoli

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05.09.2018

«Vox Lux», Portman si cala nel ruolo di nevrotica popstar

L’attrice Natalie Portman al suo arrivo a Venezia
L’attrice Natalie Portman al suo arrivo a Venezia

Alessandro Comin VENEZIA Dalla popstar che fa l’attrice all’attrice che fa la popstar. Sei giorni dopo Lady Gaga, la classe di Natalie Portman dona a Venezia un altro, ben diverso, personaggio in “Vox Lux”: la sua Celeste, lanciata adolescente nello star system per essere sopravvissuta a una strage a scuola e aver cantato una sua canzone al funerale dei compagni, è una protagonista nevrotica e instabile che a distanza di vent’anni fatica a restare sulla cresta dell’onda e appare condannata a intrecciare la sua vita con il dilagare del terrorismo. Per l’attrice israeliana un altro ruolo intenso al Lido dopo la ballerina del “Cigno nero” (Oscar 2011) e la vedova Kennedy in “Jackie” (nomination 2016). Le è costato grande impegno nervoso e fisico, visti i lunghi numeri sul palco del finale che ha danzato senza controfigura. «Ho guardato tanti documentari sul pop e per fortuna ho potuto allenarmi anche a casa con mio marito (il coreografo Benjamin Millepied, ndr) – spiega la Portman, vestito nero e consueto fascino da elegantissima signora della porta accanto – il personaggio era complicato ma mi ha fatto realizzare un sogno. Ho capito che forse la vita delle popstar è più dura di quella degli attori: il sistema egotistico che si crea è simile, ma loro sono circondate da una “famiglia” che non è quella vera e sono immerse in un mix tra privato e commercio, mentre noi possiamo coltivare altri spazi e progetti. Da ragazzina timida, Celeste cambia completamente dopo essere stata segnata dalla violenza, ma non giudichiamola cattiva: semplicemente, soffre per i postumi di quello che ha vissuto». Proprio alla violenza, e ai suoi effetti sulla psicologia di massa, Natalie si dice particolarmente sensibile. D’altronde il suo debutto, ancora bambina, fu nel tostissimo “Leon” di Luc Besson. Ma la questione è molto più seria e riguarda innanzitutto le sue origini. «Vengo da un Paese, Israele, dove la gente deve affrontare dalla nascita choc terroristici e bellici quotidiani. Ma è ancora più terribile che negli Usa i massacri siano diventati una guerra civile che crea impatti devastanti su chiunque abbia un figlio da mandare a scuola. Non prendetelo però come un messaggio contro la liberalizzazione delle armi: questo film è una più ampia rappresentazione della società contemporanea e del continuo mescolarsi di violenza e spettacolo». Le canzoni sono dell’australiana Sia, che scrive pop music per mezzo mondo. Dirige Brady Corbett, il più giovane regista in concorso, passato dietro la macchina da presa dopo aver recitato tra l’altro nel crudele “Funny games” di Haneke, non a caso una storia durissima. Ragazzo-prodigio anche come regista per le sue prove precedenti (questa convince meno), ama sorprendere: qui gira in 35 millimetri una storia della piena era digitale e mette i titoli di coda all’inizio. «Uno dei miei libri preferiti è “L’uomo senza qualità” di Musil – spiega – con il suo protagonista a margine dei grandi eventi della storia. Volevo raccontare attraverso un ritratto che è anche un po’ una favola, sebbene drammatica, quello che il mondo ha passato negli ultimi vent’anni. Siamo vissuti e continuiamo a vivere nell’ansia e questo ventunesimo secolo si caratterizza per eventi tragici, sui quali bisogna riflettere collettivamente, che finiscono nelle cronache accanto al gossip. Celeste vive in piena sindrome post-traumatica e, sì, ha anche qualche reazione alla Trump. Sono stato ispirato dalla strage di Columbine perché all’epoca avevo 11 anni e vivevo in Colorado, ma non ho voluto citarla esplicitamente». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandro Comin
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