20 gennaio 2019

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11.01.2019

Brescia piange
Paul Mellory
Spirito rock'n'roll

Paolo Comini, conosciuto come Paul Mellory, in studio
Paolo Comini, conosciuto come Paul Mellory, in studio

I cori sono fortissimi. Come ai concerti, come allo stadio. Tutti i suoi amici a far sentire una voce sola, a dire «scrivilo, che era il miglior ragazzo del mondo. Che potevi sempre contare su di lui». Lo si dice spesso. Non capita spesso che lo dicano tutti. Paolo Comini all’anagrafe, Paul Mellory in arte, musicista oltre che regista, incarnazione bresciana del rock and roll, è sceso dal palco ieri. Senza preavviso, bruscamente, come un vero punk. Il suo cuore ha cessato di battere mentre dormiva, poco prima delle 4, a casa sua a Castel Mella, in via Chiesa. Un arresto cardiocircolatorio a 43 anni, compiuti il 14 dicembre. Il suo corpo è stato scoperto al mattino, intorno alle 10, dopo che i vigili del fuoco hanno forzato l’ingresso perché Paolo non rispondeva alle chiamate delle persone più care. La sorella Elisa, la sua famiglia con i fratelli Alessandro e Giovanni, la madre Amelia. La sua compagna Manuela che ringraziava «per la pazienza e l’amore incondizionato» nell’ultimo post pubblicato l’anno scorso. Comini aveva salutato su Facebook il 2018 come «uno degli anni più importanti della mia vita, se non altro perché ho perso mio padre». Il dolore anche per le morti del cugino Dario, di «Fabione il colonnello» e della sua gatta diciannovenne. La passione per il Brescia Calcio, di cui era tifosissimo, «passato dalla zona retrocessione alla vetta della classifica». I videoclip scritti e girati come «I’m broke» dei Superdownhome. La musica, ovviamente, sempre e comunque: dai Seddy Mellory con cui aveva fatto scintille in tour oltreconfine agli Intercity gratificati da Blow Up con una recensione da 8 in pagella. E l’orgoglio e l’entusiasmo per lo studio di registrazione aperto di recente con Ronnie Amighetti e Paolo «Blodio» Fappani, l’amico fraterno.

CANTANTE E BASSISTA dal suono potente e preciso, Paul Mellory faceva squadra ovunque. In campo, quando giocava a pallone (e giocava bene). Con le band, mettendo a disposizione il suo furgone. Partecipando a dischi di musicisti che stimava (prese parte ai cori di «Benaco», de La Crisi di Luglio). Da quando la notizia si è diffusa, è in lacrime la Brescia più rock. Quella che si riconosce nell’idea di comunità intorno a una passione, che si tratti di chitarre, di video o di pallone. La città che non mancherà al suo funerale, domani alle 15 alla parrocchiale di Castel Mella. Oggi la salma è alla Poliambulanza. «Fosse qui, Paul sdrammatizzerebbe e ci direbbe di andare a farci una suonata», dice chi lo conosceva bene. Soffrire e sorridere, perché lui non stava a guardare. «Mi rivolgo ai tifosi distratti: venite a vedere le rondinelle che quest’anno siamo davvero fortissimi», aveva scritto su Facebook dopo la vittoria sul Lecce. Paul con il Brescia c’era anche quando le cose andavano meno bene. Perché «lui era così: c’era sempre».

Gian Paolo Laffranchi
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