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23 novembre 2017

Spettacoli

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13.11.2017

Coez fa saltare tutto il Lattepiù

L’intensità di Coez durante lo show al Lattepiù Live di Brescia
L’intensità di Coez durante lo show al Lattepiù Live di Brescia

Emozioni accartocciate nel tempo e nello spazio: un'oretta abbondante di profezie sonore e il pigia pigia del Lattepiù tirato come nelle serate giuste, a comporre il quadretto. Il «Coez terzo» – inteso come regno – replica in via di Vittorio dopo l'esordio in Latteria Molloy e il bis d'agosto a Festa Radio. I templi dell'indie nostrano sono stati presi, mentre sui paragoni si potrebbe aprire un mondo. Facile fare confronti con l'ultima apparizione in via Serenissima, e in questo caso il verdetto è positivo: meglio il Coez da club che quello en plen air. Anche perché i brani a scavalco del protagonista – una via di mezzo tra l'hip hop più svagato e un indie melenso, ma non troppo – si prestano bene alle litanie del pubblico, che canticchia volentieri già dalle prime battute. Apre «Forever alone», passaggio datato per i canoni (2013), anche se la serata si assesta sulle giuste frequenze solo con le successive «Occhiali Scuri», puro flow del Neffa d'annata, e «Le luci della città». Anche se la sottile alchimia tra generi trova la sua espressione più raffinata in «Taciturnal» e «Yo mama», tra i pezzi più espressivi dell'ultimo album «Faccio un casino».

BUONI sentimenti e leggerezza anche per il duetto di «Vorrei portarti via», con il fedele batterista Passerotto, al secolo Giuseppe D'Ortona, prestato alle tastiere. L'aspetto particolare è che il tentativo di sintesi tra pop e rap si riverbera, paradossalmente, anche in brani dove il senso sarebbe tutt'altro, vedasi «Costole rotte» o «Ali sporche», che in diretta assumono una sfumatura diversa rispetto a quella in studio. E d'altronde la dosatura studiata tra la morbidezza di certi ritornelli leggeri e alcune rime molto più dure rappresenta l'istantanea perfetta di un modo di concepire la musica. Il bis non programmato c'è invece su «Faccio un casino», cantata e ricantata con il pubblico, a mo' di gradito omaggio. L'ultimo trio vale: «La musica non c'è», intermezzo morbido e romantico, «Parquet», tutt'altra pasta, «E invece no», atto conclusivo a detta del protagonista non programmato. Tra qualche brontolio dei presenti, che avrebbero voluto ancora qualche sferragliata. Sono passati più o meno 70 minuti dal via del live. Ma lui se la cava scherzando con rassicurante accento romano (acquisito, al netto delle origini): «Alla fine sono ancora un artista emergente, non ho fatto tanti album». Ma in fondo, a queste parole, non crede più nemmeno lui.J.MAN.

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