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19 settembre 2018

Spettacoli

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09.09.2018

«Fotografare è vita Ma stampare foto è godimento puro»

Felice Andreoli, fotografo e stampatore. Insieme a Martin Vegas è approdato al Festival di Venezia con «Cinematic Visions»
Felice Andreoli, fotografo e stampatore. Insieme a Martin Vegas è approdato al Festival di Venezia con «Cinematic Visions»

Neanche un minuto di non amore. Per l’arte, gli scatti, la vita. «Fotografare è la mia vita: sì, appunto. Ma stampare... Beh, quando stampo provo un piacere assoluto. Chi lo fa, chi trasforma la bellezza in qualcosa di concreto ed è partito dall’analogico come me, mi può capire. Un godimento puro. La gioia della mia quotidianità». Petite Photo come rifugio dal logorio moderno; alle pareti immagini ispirate, talvolta concettuali, sempre intriganti; nell’aria musica fondamentalmente psichedelica, un po’ rock ma senza esagerare. Una festa aperta a tutti ogni giorno, in via San Faustino, in una città che vuole scoprirsi finalmente a colori. Al centro di questo piccolo mondo brulicante sta Felice Andreoli, che è fatto così: «Felice, di nome e di fatto». Fotografo, stampatore, «entrambe le cose per passione oltre che per professione». Reduce dal Festival di Venezia «anche se a Venezia per il Festival non sono ancora stato: ci andrò il 16 settembre, per il gran finale». Degno coronamento della mostra che lo vede protagonista insieme al curatore Martin Vegas, «Cinematic Visions»: il cinema raccontato nei suoi storici click, scelti anche da Quentin Tarantino (per quel che riguarda i suoi film). Venezia punto di arrivo? Bella soddisfazione, anche se mica mi monto la testa. Sono contento di esserci arrivato attraverso un percorso che ha un senso, accompagnando Martin Vegas. Lui è un precisino, io ci tengo tanto. Siamo in simbiosi. A cosa tiene soprattutto? Io voglio che le immagini siano valorizzate al meglio. Quando saremo polvere di stelle, ciò che creiamo adesso resterà. Ci vuole forza di volontà, e sacrificio. È un lavoro giornaliero, una crescita continua. Quando ha cominciato a crescere? Sono nato a Brescia, il 31 dicembre del ’67. Non sono un figlio d’arte: ho studiato all’istituto commerciale, poi ho iniziato dalla camera oscura. Nell’arco della mia esperienza lavorativa, 25 anni, pur collaborando a lungo con una grande azienda non mi sono mai occupato di vendita. Com’è nata la passione? Per caso. Finita la scuola mio cugino Giovanni Rizzardi, a lui devo tutto, mi ha coinvolto in questo lavoro. Allora era tutto più complicato. Nell’era analogica sul lavoro dovevi rubare tutto, si collaborava in gruppi ampi, chi preparava, chi sviluppava, chi stampava, ma nessuno salvo eccezioni insegnava niente: ognuno si teneva i suoi segreti, che non erano alla portata di tutti. Come sacerdoti dell’antico Egitto. Periodo formativo. Mio cugino poi si è occupato di fotografia sportiva. Io sono fotografo e stampatore. A 50 anni il lavoro pesa anche a livello fisico, per fortuna ho chi mi aiuta come Francesca Erconi, la mia collaboratrice in ambito grafico. Petite Photo ha 3 anni di vita, ma la percezione è che siano molti di più: ormai è un punto di riferimento e non esiste una tipologia di frequentatore, il pubblico è allargato. Quello che voleva? Sì. Qui entra parecchia gente e per il 35-40 per cento non è nemmeno bresciana. Viene da fuori e mi sceglie. Quando ho deciso di aprire, era l’aprile del 2015, tutti mi sconsigliavano: Nel cuore della città, in piena Ztl... Ma chi te lo fa fare? E poi San Faustino si porta dietro una certa fama. Io lascio l’ingresso sempre aperto, un giorno i vigili mi hanno detto Ma non ha paura? Zero, ho risposto e risponderei. Mai avuto problemi. Comunque sono stato a Berlino, New York, Dublino, Parigi, Amsterdam, e non sono mai entrato in centro con l’auto. La zona a traffico limitato non è proprio un problema. E poi io mi sento un bresciano. «La vita è quello che ci accade mentre facciamo altri progetti», diceva John Lennon. Lei da ragazzo che progetti aveva? Ma nessuno... è iniziato tutto con un lavoro stagionale che mi piaceva. E oggi che è il mio lavoro a tutti gli effetti, avere a che fare con la fotografia mi piace ancora di più. Si ricorda la prima foto che l’ha colpita? Era uno scatto che aveva vinto un concorso fotografico. Rappresentava una casa con una pianta di cachi. Un’immagine invernale. Tutti ne parlavano bene, io mi dicevo Boh. Quante fotografie ha stampato in vita sua? Una volta si viaggiava a mille rullini al giorno. Quante foto: con una stima approssimativa direi un trilione di miliardi… Mi sono dedicato, davvero, a migliaia e migliaia di scatti. A volte mi addormentavo e stampavo lo stesso correttamente, come chi pensa ad altro e cambia marcia o mette la freccia guidando. Il suo fotografo preferito? Il cinesino che adoro, Ren Hang. Me l’ha fatto conoscere l’amico Roberto Cavalli, grande collega bresciano. Io ho un mio stile, sono colore e punto sulla ricerca dei dettagli. Non fotografo persone da dieci anni. Ero saturo, la foto statica di un gruppetto in una stanza non mi emozionava più. Amo i cerchi, avevo scelto un fiore tondo per il logo vecchio, che conservo nel laboratorio. Ora Petite Photo ha messo al centro un bersaglio colorato, a rappresentare le frecciate che subiamo ogni giorno. Piero Cavellini ha definito Brescia «povera di spirito»: per lei com’è lo stato dell’arte della città? Quando ho iniziato con Petite Photo mi davano del pazzo, perché qui a «Sanfa» si vive di pregiudizi. Ma io ho scelto di stare qui per la moglie dell’industriale e per l’immigrato con la fototessera, per il passante e per l’artista come Giuseppe Lo Schiavo già approdato a Londra. Conosco lo spessore di Cavellini, capisco il senso delle sue parole, e dico che nel mio settore la ruggine c’è sempre stata. A Brescia si ha la tendenza a sminuire, le invidie non mancano. Ma ho uno slogan: Il bresciano sembra cattivo, ma se lo conosci… Al di là di un passato di lavoro-lavoro-lavoro, all’insegna delle acciaierie, ora qualcosa si muove. C’è una buona crescita nella nostra città. Quando non sta in mezzo alle foto cosa fa? Faccio il papà. Oppure footing. Un tempo giocavo a calcio, mi chiamavano El Buitre, come Butragueno. Preferivo un palo a mezza altezza o un tunnel alla banalità di un gol. Se non avesse fatto questo mestiere? Ci penso un secondo, un secondissimo… Allora. Di sicuro non avrei fatto il contabile. Sono figlio di un macellaio, ma non mi sarebbe piaciuto raccogliere il testimone. Me ne sarei andato dall’Italia: adoro l’Olanda, per una questione anche di avi; vado spesso laggiù, è una terra che amo. Ma la mia famiglia è qui a Brescia. Io e mia moglie Monica abbiamo tre figli: Marco che «studia», e ci metto le virgolette, al Mantegna, ora è impegnato con l’associazione Hangover e fa il dj; Mariachiara che frequenta il Lunardi; Martina che va in quarta elementare. Hanno 20, 14 e 9 anni. Da qua ora non potrei partire. Il suo sogno? Ho fatto il dipendente per trent’anni, ingoiato i miei rospi. Ho le mie cicatrici. Il mio sogno oggi è non regalare più neanche un minuto della mia vita agli altri. Essere quello che sono. Felice, sempre.

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