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21 novembre 2017

Spettacoli

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11.11.2017

Fuochi d’artificio
e metafore di vita
fra Mozart e Alien

Una scena del Flauto Magico al Grande SERVIZIO FOTOLIVE / Filippo Venezia
Una scena del Flauto Magico al Grande SERVIZIO FOTOLIVE / Filippo Venezia

Luigi Fertonani

Si avverte nettamente un taglio corporeo nella realizzazione dello Zauberflöte, del Flauto Magico di Mozart andato in scena ieri sera al teatro Grande per la nostra stagione lirica. E questo si deve ai francesi Cécile Roussat e Julien Lubek, che hanno realizzato questa prima loro regia operistica tenendo conto della loro straordinaria esperienza di mimi e di acrobati.

Ne risulta un allestimento fantasmagorico e tanto ricco da produrre addirittura a un certo punto una sorta di stordimento per l’accavallarsi delle soluzioni scelte, in un vero e proprio fuoco d’artificio di trovate brillanti e fantasiose.

L’IDEA è quella di trattare la vicenda del Flauto Magico come una metafora della vita, in particolare come un passaggio dall’infanzia all’età della ragione. Un percorso nel quale i personaggi troveranno sul loro cammino una serie di figure simboliche, con le prove di iniziazione rivolte al principe Tamino che potrà progredire verso non solo la sapienza, ma anche la maturità sessuale e amorosa.

Si affollano talmente tante idee che potrebbero bastare non per una ma per tre opere: cuscini del letto che prendono vita, un serpente che sembra uscire dal mondo di Alien, la Regina della Notte con la luna di traverso – letteralmente, incastrata nei capelli –, minacciosa da uno specchio. E nella parte finale, un raffinato gioco di silhouette, fra i punti più alti delle scelte scenografiche di Elodie Monet, magnifiche come i costumi di Sylvie Skinazi.

L’attenzione per la musica rischierebbe di passare in secondo piano, ma ci pensa la bravura degli interpreti a riportarci a Mozart con Abramo Rosalen nel ruolo di Sarastro, il Tamino di Klodjan Kaçani accanto alla brava Pamina di Enkeleda Kamani, e l’agilissima Regina della Notte di Maria Sardaryan. Tutta italiana la «coppia popolare» di Papagheno e Papaghena con Daniele Terenzi e Raffaella Palumbo, e il Monostatos di Marcello Nardis. Incantevoli le voci dei tre genietti, scelte nel Coro di voci bianche della Scala, ottimo Federico Maria Sardelli alla guida dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali.

Grandi applausi. Replica domani alle 15.30 (turno B).

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