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18 novembre 2018

Spettacoli

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04.02.2018

«Non è un paese per compositori... Ma si può fare»

Nato a Brescia il 29 dicembre 1957, Antonio Giacometti è stato tra i fondatori della Società Italiana di Analisi Musicale
Nato a Brescia il 29 dicembre 1957, Antonio Giacometti è stato tra i fondatori della Società Italiana di Analisi Musicale

Scrivere è «come respirare». Chi ha il demone lo sa. Scrivere come alzarsi la mattina e andare a letto non necessariamente la sera, giusto quando si può perché «quando hai l’ispirazione non è che le dici Aspetta un attimo e fai le tue cose. Scrivi, fai. Finché serve, finché devi». L’urgenza. Di fare, di scrivere. Antonio Giacometti lo fa da sempre. Anche se vivere di musica, e prim’ancora esprimere il proprio talento come la spinta interiore richiede (e beato chi ce l’ha), non è per niente facile. A Brescia come in Italia. «Non è un paese per compositori, il nostro - sorride amaro il musicista e docente bresciano, classe 1957 -. Ma non bisogna arrendersi. E formare persone che poi diventano compositori dà una speranza per il domani». Soddisfazione e missione, per chi è maturato a Brescia e sbocciato a Modena. Dove ha trovato patria musicale da vent’anni ormai e dove venerdì prossimo all’auditorium Marco Biagi, nell’ambito della rassegna Gmi (Gioventù Musicale d’Italia), Maria Perrotta eseguirà in prima assoluta la sua ultima opera. «Una Sonata dedicata a lei e a mia madre - spiega -: Die Tiefere Stimme, la voce più profonda in tedesco. Dura 17’, un tempo solo. Una rilettura di una Sonata ciclica tardo-ottocentesca». La sua Die Tiefere Stimme è in programma fra la Fantasia in Do minore K 475 di Mozart, la Sonata 32 dell’opera 111 di Beethoven e la Sonata 21 di Schubert. Mica male come compagnia. Infatti sono molto emozionato. Modena la valorizza, Brescia no. Eppure lei sarebbe un patrimonio di questa città. Come mai? La colpa è mia: persi un concorso nazionale nel 1998. Pur essendo un insegnante precario avevo 11 anni di servizio a Darfo, dove avevo una cattedra di armonia e contrappunto. Sono passato di ruolo nel 2005. E sono stato fortunato! A Modena... Era destino: mi avevano chiamato 2 anni consecutivi, mi voleva un istituto musicale pareggiato perché ero primo nella graduatoria nazionale; al terzo anno dopo aver perso il concorso ho detto sì. Devo molto a Modena, mi ha adottato. Poi, il ruolo è arrivato dopo che avevo dimostrato di lavorare bene, la mia classe aumentava e ha tenuto nel tempo. Ora ci sono 16 allievi con 3 insegnanti. Io coordino. All’«Orazio Vecchi – Antonio Tonelli» di Modena e Carpi lei è anche direttore didattico dal 2013. Che genere di docente è? La mia idea è che un allievo non debba seguire troppo a lungo un insegnante. Dopo un po’ bisogna cambiare, servono stimoli nuovi. Io do tanto, sono generoso, mi metto a disposizione giorno e notte. Ma dopo qualche anno è giusto che i ragazzi possano rivolgersi anche altrove, scoprire il mondo e altre idee. Così si cresce. Tornerebbe a lavorare a Brescia? Sicuramente. Ma è praticamente impossibile. Sto bene a Modena, qui l’ambiente è stimolante. E in questi anni ho stretto legami con il territorio molto forti. Avevo pensato anche di candidarmi alla direzione di Brescia. Ho tanti amici in Conservatorio. Ma anche nemici. Il motivo? Non sono mai stato zitto. Per me le cose si dicono con educazione, ma bisogna dirle. È stato messo in cattiva luce il fatto che io mi sia sempre occupato di didattica. Oggi tanti si riempiono la bocca parlando di musica d’insieme per ragazzi: io ci pensavo già 35 anni fa, ma c’erano steccati. Peccato perché non ero mica l’unico pioniere, ce n’erano tanti. Ma è mentalità italiana: a Modena al Master di primo livello per bambini e ragazzi non viene nessuno, i compositori sono convinti di saperne abbastanza. Troppa gente è distante da una sensibilità didattica. Ho allievi più sensibili, vedo progressi, in futuro sarà meglio. In generale ora la situazione non è ottimale. Sul rapporto fra creatività e competenze in un gruppo di giovanissimi ha scritto anche un libro. «Musica d’insieme anche senza leggio», l’anno scorso. Una riflessione articolata di oltre 300 pagine. Vado molto fiero di questo libro, anche perché ho impiegato 6 anni per trovare l’editore. Volontè mi ha dato fiducia e sono felice del risultato. Lei ha fatto studi umanistici. In famiglia la musica c’era? No. Ci sono arrivato grazie all’insegnante di educazione musicale delle medie, Odelia Bellabona, la mamma della violinista Elisa Citterio. Ho fatto la prima media nel ’68, l’ora di musica era una sola. Cantavo e per lei ero dotato. Ma davvero vuoi suonare? Mi chiese mia mamma a casa. Dissi sì. Mi comprarono una chitarra che ho ancora. Era il ’69. La zia che abitava davanti a casa nostra era una forte lettrice, anche di poesie. Siccome aveva studiato pianoforte, aveva fogli pentagrammati vecchissimi. Un giorno nella sua biblioteca trovai una collezione di poesie di Garcia Lorca. Ho scritto il mio primo pezzo per chitarra ispirandomi così. Avevo quell’esigenza, e la vocazione dell’insegnamento: sono figlio di una maestra e nipote di una maestra. Mia zia morì a 52 anni, quando ne avevo 22, era una milaniana di ferro e tutto torna, perché dalla sua lezione di vita è nato il mio spettacolo su don Milani. «I care – l’eredità ignorata» è una piéce che ricorda il priore di Barbiana portando in scena musica e parole realizzate da lei e da Luca Benatti. Un’opera nata da un’esigenza? Sì, come quasi tutte le mie. Il mio primo insegnante di chitarra diceva Prima bisogna studiare, poi si compone. Per molti anni mi ha scoraggiato. Io sono diventato un insegnante diverso. A un mio alunno non lo direi mai. Quanti pezzi ha in catalogo? Credo 160. Ne salvo una ventina: pezzi destinati ad andare oltre, che hanno la caratteristica dell’universalità. «Gaspard De La Nuit» dell’83 per chitarra sola, «Der Umriss» per flauto solo dell’84. Lo scrissi con Annamaria Morini, che l’ha portato in giro in tutto il mondo ed è morta 2 anni fa. Ho scritto per Dédalo Ensemble un pezzo dedicato a lei. La mia vita da compositore, il mio incontro con la musica etnica… Fra le soddisfazioni, non dimentico il concorso vinto a Varsavia, con una standing ovation di 3 minuti. E il lavoro su don Milani, l’opera scritta con Luca Benatti. Quando un allievo diventa tuo collega, senti di essere servito a qualcosa. Mauro Montalbetti ha avuto parole di grande gratitudine per lei. Ma l’orgoglio è tutto mio. Mauro ha dimostrato che si può fare il compositore a grandi livelli anche in Italia. L’allievo ha superato il maestro. Io ho sempre creduto che non si debba mollare. Ero fuori da certi circuiti ma sono andato avanti, sono un Capricorno, sono stato perseverante. Avverto il bisogno di scrivere, poi ci possono essere anche pezzi commissionati, ma l’esigenza di fondo è sempre quella. Adesso sono in pace con me stesso, ho dato la mia vita all’insegnamento a 360 gradi e vedo cos’ha saputo fare Montalbetti. Gli incontri della vita: io ero un giovane insegnante di composizione, Mauro il mio primo allievo, la mia cavia, più di trent’anni fa. Veniva a casa mia, scrivevo e l’ho visto interessato. Sono fiero di lui, come un padre. Ma l’ho sempre spinto a vedere fuori cosa succede nel mondo. Non è sano un rapporto simbiotico. Gli allievi devono allargare gli orizzonti. E lo pensavo anche di Mauro, che è il padrino di mio figlio.

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