21 febbraio 2019

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21.07.2015

Preziosi, un Vate tragico e camaleontico

COPYRIGHTAlessandra TonizzoHa quella faccia audace da lupo di mare, Alessandro Preziosi, un po' Ganimede e un po' margravio, che se il Vate fosse tra noi gliela invidierebbe senz'altro. Così, con il suo «Omaggio a D'Annunzio», l'attore napoletano è partito avvantaggiato, comodo nella veste scenica di illuminato tombeur de femmes. Il quadro inedito sull'estrospettivo poeta che ha acceso, domenica, il Laghetto delle Danze al Vittoriale degli Italiani, si è inserito nella rassegna «Tener-a-mente» raccogliendo un pubblico estasiato. La malia di Preziosi è aver proposto il D'Annunzio giovane - il dandy, ancora audace ed ebbro di vita - senza giulebbare affatto. E la notte gardesana, illune e rovente, ringraziando si è inchinata alle declamazioni de «Il Piacere».L'attore ha scelto di vestire i panni dell'alter ego letterario del poeta: Andrea Sperelli, protagonista di quel romanzo d'appendice che nel 1889 stilò le regole dell'estetismo dannunziano («Bisogna fare la propria vita come un'opera d'arte»). Preziosi ha estratto da «Il Piacere» stralci salienti, per condensare i tòpos del componimento in una modulazione vocale più espressiva che comunicativa. L'inconsistenza morale, il narcisismo e la tensione erotica, il possesso totemico del lusso, ipocrisia, doppiezza e atonìa d'animo: in quelle pagine sta tutto il «tòssico» denunciato dal Vate, in una presa di coscienza molle e disfattista. L'attore ha seguito Sperelli - Don Giovanni e Cherubino insieme - nell'«ansia dell'aspettazione» per le sue donne, fino all'apparecchiatura dei «più gravi commovimenti» del cuore, essendo, il protagonista, incapace di spontaneità. Per qualche tempo, la cornice onirica del Vittoriale è diventata la Capitale, con il rintocco ossessivo di Trinità dei Monti e l'opulento sfarzo della sua nobiltà in estinzione: i vasi di rose come coppe fragranti, tende pizzute, affreschi e ceramiche.Non sono mancati intermezzi più sapidi, da «Il Mattino» e «La Tribuna». Fiumi di vetiver e opoponax, cotillon e volgarità umane protratte sino alle cinque del mattino provengono da «Il ballo della Stampa», mentre i sibillini emendamenti sui capelli delle donne - da esigersi tutte flavie, «di ogni specie di biondezza», grazie all'arte della tintura - risalgono ai decreti giornalistici di un Vate lepido e ventenne.Ma Preziosi ha prediletto l'aura tragica del poeta, soffermandosi su lettere intime che ne esasperano la vacuità, l'«otre forato» del suo animo. Strazianti le ore passate a indagare col pennino l'amante Barbara Leoni («Che fai? Che fai? Per saperlo darei la metà del mio sangue»). D'Annunzio migrò, via dalla Roma «dolce e tremenda» e come Sperelli fece un viaggio di solitudine, condannandosi «camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente». L'attore, riverente, ha dunque letto l'epilogo - «La mia legge è in una parola: Nunc. Sia fatta la volontà della legge» - e il buio lacustre di cipressi e palmizi l'ha inghiottito intero. o COPYRIGHT

Alessandra Tonizzo
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