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14 dicembre 2018

Spettacoli

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14.07.2016

Profondo Rock:
Brescia in tripudio
per i Deep Purple

La storia del rock che batte nel cuore verde di Brescia: se c’è una cartolina dell’estate musicale che conserveremo gelosamente quando fuori farà freddo, sarà l’emozionante colpo d’occhio sul grande spazio di Campo Marte gremito di gente (seppur solo per metà) per il concerto del Deep Purple.

Erano circa 4500 le persone che ieri sera non hanno voluto mancare all’appuntamento col mito, sfidando anche le incognite di un tempo che per l’intera giornata non ha promesso nulla di buono: un pubblico sfaccettato e multigenerazionale, con tanti fan d’epoca ingrigiti ma felici fianco a fianco con un plotone di «metalheads» e nuovi seguaci allevati sui vinili di papà, giovani eppure già devoti agli idoli di una stagione lontana.

Tutti qui, nel polmone verde di uno dei quartieri più belli e tranquilli della città, riaperto da qualche tempo ai cittadini ed ora sperimentato dal Cipiesse anche come arena per i grandi concerti estivi: nei prossimi giorni arriveranno anche la Nannini, Pezzali, Salmo, ma questa sera è un’altra storia. Perché sul palco c’è un gruppo che non ha più nulla da dimostrare a nessuno, ed oggi si gode serenamente una terza età fatta di un successo che non conosce incrinature.

I DEEP PURPLE sono da sempre considerati come uno degli elementi cardine del sacro tridente hard-rock inglese: loro, Led Zeppelin e Black Sabbath, i custodi di un verbo che negli anni ’70 si è fatto heavy metal facendo milioni di proseliti in tutto il mondo, i primi ad alzare gli amplificatori oltre la soglia di tolleranza per far esplodere il rock ‘n roll in una deflagrazione di elettricità. Ma nella loro musica, fin dagli esordi del ’68, c’è sempre stato qualcosa di più: un feeling profondamente nero, che li ha visti spesso sconfinare nei territori del rhythm ‘n blues come in quelli del funk.

Un’anima ancora presente nel quintetto, che nonostante la lunga esperienza e l’età che avanza riesce a misurarsi a testa alta con un canovaccio che richiede slancio, potenza, energia: Ian Gillan, 71 anni, tiene testa al pubblico con navigata e sorniona esperienza, ben sostenuto dalla storica sezione ritmica di Ian Paice (che pare essersi perfettamente ripreso dai problemi di salute dello scorso giugno) e Roger Glover. E poi i due innesti più recenti: la chitarra di Steve Morse, che raccoglie degnamente l’eredità di quella di Ritchie Blackmore, e le tastiere di Don Airey, che nonostante tutto con la sua simpatia riesce a non far rimpiangere l’assenza di un colosso come il compianto Jon Lord, che con il suo hammond ha disegnato alcune fra le più febbrili e divoranti linee di tastiera dell’intera mitologia rock.

Insomma, una squadra ben assortita e calibrata, che fin dall’attacco dello show ha deciso di giocarsi un pezzo da novanta come «Highway Star»: uno dei tanti assi nella manica di una scaletta proceduta a zig zag fra le glorie del passato ed i traguardi del presente, tra una rocciosa «Strange kind of woman» d’annata e la dedica a «Vincent Price» presa di peso dall’ultimo album «Now What?!» del 2013: con tanta voglia di dimostrare che nel Profondo Porpora non si vive di sola nostalgia. Anche se poi a suscitare il boato più travolgente è stato il riff intramontabile di «Smoke on the water», che ha scosso le fondamenta di Campo Marte prima dei bis in cui i «ragazzi» son scivolati indietro addirittura fino al 1968 di «Hush», primo successo di una straordinaria carriera.

Claudio Andrizzi
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