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22 novembre 2017

Spettacoli

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06.06.2014

Romanovsky, l'emozione arriva dalla vera scuola russa

Alexander Romanovsky al teatro Grande. FOTOLIVE
Alexander Romanovsky al teatro Grande. FOTOLIVE

È quasi impossibile sfuggire alla tentazione di farsi catturare dal significato espresso o evocato da una composizione, tanto più quando questo programma sia stato suggerito, per quanto in modo non preciso, dall'autore stesso. E così, ieri sera al teatro Grande in occasione del recital che Alexander Romanovsky ha tenuto per il Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo, è stato quanto mai naturale andare col pensiero al trittico dei personaggi del Faust ascoltando i tre movimenti della Sonata n. 1 in re minore op. 28 di Sergej Rachmaninov: la figura di Faust stesso per il primo tempo, a quella di Margherita per il secondo e infine al volo di Faust e di Mefistofele sul Monte Brocken nella notte di Valpurga. Ma il fascino del significato letterario legato a quello musicale non esaurisce certo l'apprezzamento per la Sonata, che raramente sentiamo eseguita: le difficoltà tecniche legate alla sua esecuzione sono notevolissime e nello stesso tempo questa Sonata non possiede quei temi cantabili che rendono indimenticabili tanti brani di Rachmaninov. Onore al merito ad Alexander Romanovsky per averla scelta come brano d'esordio della serata, con la sua messe torrenziale di rapidissime scale ascendenti e discendenti del primo movimento, con la statuaria bellezza di Margherita evocata nella dolcezza del Lento centrale. Per non parlare dell'ultimo movimento di questa superba composizione, col suo imperioso incipit cui segue un tempestoso svolgimento spesso incupito dai suoni dei bassi del pianoforte e continuamente attraversato da improvvisi mutamenti di rotta che ci fanno inevitabilmente pensare all'accavallarsi convulso di immagini e di sensazioni. Alexander Romanovsky si è comportato da vero e proprio dominatore della tastiera, esibendo una gamma vastissima di colori pianistici e una padronanza assoluta dello strumento.
Un interprete capace di momenti struggenti, seppure totalmente russi per la sua delicata, ma non esangue, interpretazione della Barcarola dalle Stagioni di Ciajkovskij, melodia con un robusto momento centrale per tornare a mormorare, a sussurrare nel finale. O ancora in Cjaikovskij, col gaio affollarsi di momenti diversi nella Dumka.
Nel secondo tempo della serata, il dono della Sonata n. 2 in si bemolle miniore op. 36 ancora di Rachmaninov che, pur essendo come la prima in soli tre movimenti, ne differisce totalmente come mondo poetico e soprattutto per dimensioni. Se pensiamo che la n. 1 era stata abbondantemente “sforbiciata” nella versione del 1931, quella che abbiamo ascoltato ieri sera, diremo che la Sonata n. 2 si presenta come un vero piccolo miracolo di concisione nel quale invano cercheremmo cali di tensione. Romanovsky ha interpretato in modo poderoso il lento, inesorabile crescendo al centro dell'Allegro agitato iniziale, ma il momento magico è stato nel Non Allegro seguente, con la sua poesia e le atmosfere lunari, la bellezza pacata del tema principale che prende forza nelle progressioni ma che sa placarsi nelle rapidissime, fuggitive scale; non che questo movimento centrale non abbia i suoi momenti «di forza», ma essi si stemperano con incantevole naturalezza nella dolcezza.
Romanovsky è stato generoso col pubblico: ben tre i bis alla fine sull'onda degli applausi con un Preludio di Bach/Siloti, uno Studio di Liszt e uno di Skrijabin. Successo strepitoso.

Luigi Fertonani
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