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23 ottobre 2018

Spettacoli

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14.06.2018

«Sono sempre Luca lo stesso Il segreto? I testi delle canzoni»

Il cantautore emiliano posa sorridente fra i suoi sostenitoriFolla in attesa ieri pomeriggio al  Freccia Rossa per Luca Carboni
Il cantautore emiliano posa sorridente fra i suoi sostenitoriFolla in attesa ieri pomeriggio al Freccia Rossa per Luca Carboni

I testi. Contano i testi. «A loro è affidato il ruolo più importante. C'è tanta parte elettronica, ma la voce resta fondamentale». In sintesi, il Luca Carboni-pensiero. Giacchetta di jeans, occhiale da rocker, vocazione antica al tabagismo che non fa nulla per nascondere. La sigarettina pre-firmacopie apre un mondo e una nuvola di pensieri: rito sacro. Poi giù, al Freccia Rossa, in mezzo ai fan. Numerosi per il classico appuntamento da sigla su cd organizzato da Mondadori. Sul piatto l'ultimo album: «Sputnik». Un nome, un programma. Nel vero senso della parola: quello sovietico, a suon di missioni, conquistò lo spazio nei '60s. Ma non la Luna: un segno, forse una firma nascosta del cantautore bolognese? Chissà. «È un album a cui tengo molto, pieno di cose – racconta –. Tante collaborazioni in fase di scrittura, anche se non ci sono duetti. Il lavoro di un anno e mezzo che mi da una grande gioia. E che volevo condividere con gli altri». Gli altri sono il suo pubblico, ma anche la nuova leva. E se i giovinastri del pop italico hanno eletto Carboni, «sempre Luca lo stesso», a loro autore di culto da tardo millennio, lui li ha ricambiati coinvolgendoli nell'album: 9 brani da cui zampillano collaborazioni concettuali. Calcutta ha messo la firma su «Io non voglio», Gazzelle gli ha dato una mano per «L'Alba», innestando un fondo di devozione brit-pop, Giorgio Poi ha dato una spintarella malinconicamente spensierata in «Prima di partire». «LE COLLABORAZIONI sono nate grazie alla presenza di un punto di contatto – la riflessione –: ne sono derivate tre canzoni decisamente importanti all'interno del disco». E quindi, qual è il senso più intimo dell'operazione? Una sana, robusta, costituzione cantautorale. Perché la base è quella, e da lì non si scappa. Una linea in filigrana, che corre per tutti i 12 lavori realizzati da Carboni nella sua ultratrentennale carriera, iniziata nell'annus domini 1984 con «...intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film». È cambiato il mondo, da allora. E anche il modo di intendere la musica. «In questo album ho voluto mettermi a confronto con una scrittura maggiormente collettiva – prosegue Carboni –: credo ci sia un collegamento tra la mia eredità sonora e la nuova generazione che avanza». E i presenti che dicono? Tutti felici. «In sottofondo il dj Gino Latino mixerà tutte le canzoni dell'album – chiude il cantante – e io vi firmerò i cd!» Bene così, ma solo come antipasto. La portata principale è in calendario il 3 novembre al Gran Teatro Morato. Passeranno anche le primavere, ma il richiamo magnetico del palco non passa mai. E meno male. •

Jacopo Manessi
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