17 febbraio 2019

Spettacoli

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09.02.2019

Sorrisi & duetti per Einar e Renga Pronti per la finale

Gian Paolo Laffranchi INVIATO A SAN REMO Una poesia. Le movenze liriche di Eleonora Abbagnato con Friedemann Vogel, la voce di Bungaro a dare ancora più forza, ancora più anima. Francesco Renga interpreta la serata dei duetti come un gioco di squadra vero e proprio, ancora più ampio, e convince. «Aspetto che torni» è un’emozione che cresce. Prova d’artista che alla tecnica sposa sempre il cuore, la passione. La capacità di cucirsi addosso quello che canta. SE RENGA gongola, Einar Ortiz non piange di certo: Biondo e Sergio Sylvestre, altro figlio di «Amici», sono compagni di viaggio perfetti per le sue «Parole nuove». La combinazione più giovane del lotto. Fresca, contemporanea. «I nostri stili sono diversi, il che rende il mix ancora più interessante», osserva Einar. Sempre umile, ma determinato. La classifica non lo premia, ma il cubano di Prevalle ha comunque dimostrato di reggere l’impatto con il palco sanremese. Che non è tenero con nessuno. A giudicare è adesso anche una giuria di qualità presieduta da Mauro Pagani, annunciato e applaudito dal direttore Claudio Baglioni che ha raccolto intorno a sé, per questa sessantanovesima edizione, tanti nomi grandi e credibili della musica italiana. Il direttore artistico nel tempo libero all’Ariston si esibisce. La notte precedente si era divertito con Fabio Rovazzi e l’habitué del Festival Fausto Leali, che aveva fatto irruzione a sorpresa sul palco (ed ennesima nota bresciana di questo Festival) con la security a fingere di bloccarlo mentre lui gridava «Il Festival è truccato, vince Fausto Leali». Citazione surreale dal Festival del 1992, quando «Cavallo Pazzo» Appignani (noto disturbatore) aveva gridato quelle parole. Sbagliando, visto che in quella edizione Leali non sarebbe arrivato primo. Nella penultima serata, consacrata ai duetti, Baglioni fa squadra con Ligabue, omaggiando Francesco Guccini con una versione di «Dio è morto» un po’ rock e un po’ no. CRISTINA D’Avena s’inserisce alla perfezione nello schema unico, facile facile, che è il pezzo di Federica Carta e Shade, Patty Pravo intanto, dopo il bacio twittatissimo con Ornella Vanoni, imita Virginia Raffaele che la imita, imitando in questo la stessa Ornella... care dive. E Bisio? Fa rappare Anastasio, il vincitore di X Factor, «come un figlio». I NEGRITA traggono beneficio dalla verve di Enrico Ruggeri & Roy Paci (vestito pure da Maurizio Miri, lo stilista bresciano di Renga). Lucciconi per i ragazzi degli anni ’80 alla comparsa di Tony Hadley: l’ex frontman degli Spandau Ballet ha una voce meravigliosa eppure fatica a tenere testa ad Arisa, che è eccezionale. La platea però batte le mani con Mahmood, al suo «Sol-di/Sol-di» ripetuto con tribale efficacia (coreografico Gué Pequeno). Raffinata la combinazione Ghemon-Calibro 35-Diodato (col coraggio di cambiare davvero vestito al pezzo). Non convince affatto, invece, uno sfiatato Fabrizio Moro al fianco di Ultimo, comunque felice di giocare con il primo (classificato, l’anno scorso). E poi? E poi gli Zen Circus e Brunori Sas anticipano l’atmosfera delle arene estive da festa popolare, e pare che abbiano suonato insieme quel pezzo da sempre. Daniele Silvestri colpisce ancora una volta il bersaglio insieme a Rancore, e ancora più forte grazie all’apporto di Manuel Agnelli. Brano destinato a restare negli annali del Festival. Tutto questo mentre - contraddizioni del sistema! - Tatangelo & Syria da una parte, Berté & Grandi dall’altra s’intendono come neanche Paola & Chiara ai bei tempi. •

Gian Paolo Laffranchi
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