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22 luglio 2018

Spettacoli

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09.07.2018

Steve Hackett, il progresso corre su sei corde

Steve Hackett, londinese, classe 1950: passione, tecnica, intensità sul palco SERVIZIO FOTOLIVE/Daniele Di ChiaraIl pubblico pronto a godersi uno dei concerti più attesi della rassegnaIl notevole colpo d’occhio del Vittoriale degli Italiani ieri seraLa band guidata dall’ex Genesis: un sestetto di livello altissimo
Steve Hackett, londinese, classe 1950: passione, tecnica, intensità sul palco SERVIZIO FOTOLIVE/Daniele Di ChiaraIl pubblico pronto a godersi uno dei concerti più attesi della rassegnaIl notevole colpo d’occhio del Vittoriale degli Italiani ieri seraLa band guidata dall’ex Genesis: un sestetto di livello altissimo

Un discreto carico di impazienza, il talismano a sei corde, tra le mani, vicino al cavallino del Vittoriale (sold-out) e ai cipressi. Non ha aspettato nemmeno le 21.15 per salire sul palco, anticipando di una manciata di secondi l'inizio del concerto e pure l'oscurità, come il rito non scritto del live vorrebbe. Ma poco importa: erano già tutti lì. Per godersi uno Steve Hackett da «Tener-A-Mente». Ciuffo al vento, come sempre, voglia di fare da ragazzino, quel piglio di chi ha ancora dentro un fanciullino anni '70. E meno male, verrebbe da dire. Prima considerazione: l'Hackett gardesano non è lo stesso visto in piazza Loggia un paio d'anni fa. Spettacolo godibile, all'epoca, ma meno incisivo: i ritmi dilatati stavolta lasciano spazio alle bordate di un sestetto che fai fatica a contenere. Roger King va di metronomo alle tastiere, Gary O'Toole svetta alla batteria, Rob Townsend si divide tra sax e flauto, Jonas Reingold tra basso e chitarra, Nad Sylvan mette la voce, quando serve. E poi c'è Steve. La pennata di saluto è di quelle che non si dimenticano. «Every day» si prende il primo boato, un regalino datato 1979 dall'album «Spectral Mornings». È la rotta giusta. «In the skeleton gallery» si trasforma in un giochetto onirico sospeso tra realtà e finzione. Anzi no, tra forma e sostanza. È un sunto quanto mai efficace del prog rock. E pure dell'epopea Genesis, che - in fondo - quello che aveva da dire l'ha detto in quella meravigliosa parentesi tra '71 e '77. Con Hackett e Gabriel da una parte, e Fripp e i King Crimson dall'altra, a definire le colonne d'Ercole di un intero genere. EPPURE c'è ancora qualcosa di rivoluzionario in Hackett. La ricerca, per esempio, di una rinnovata empatia con la sua chitarra, quasi che il rapporto non potesse mai essere scandagliato, approfondito, del tutto. E ci fosse sempre altro da scoprire. La scaletta strizza l'occhio alla carrellata d'antan. Ecco allora, in mezzo al mare, «When the heart rules the mind», dal repertorio GTR (il supergruppo fondato insieme al chitarrista degli Yes Steve Howe). E quindi, uno alla volta, i classiconi di casa Genesis, metabolizzati in forma rinnovata, alla ricerca di una sostanza sonora e di un equilibrio quasi alchemico tra forma e contenuto: «Fountain of Salmacis», «Firth of Fifth», la suite per eccellenza, «The Musical Box». Verso la planata conclusiva («Supper's ready» e poi il bis di «Los Endos»), collegata – idealmente – all'apertura della nottata, «Please don't touch». Basta tradurlo, quel messaggio: per favore, non toccate Steve Hackett. •

Jacopo Manessi
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