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20 giugno 2018

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20.12.2017

IL CACCIATORE DI CULTURA

Il critico e scrittore Roberto «Bobi» Bazlen (1902-1965)
Il critico e scrittore Roberto «Bobi» Bazlen (1902-1965)

Stefano Vicentini Quando Roberto «Bobi» Bazlen (1902-1965) apparteneva all’entourage dei poeti Montale e Saba, dell’editore Giulio Einaudi e dell’imprenditore Adriano Olivetti - ma i grandi nomi da citare sarebbero molti di più -, meritava l’appellativo di sciamano, capace di leggere in fondo all’anima e guadagnarsi rispetto da chiunque. L’intellettuale triestino, poliedrico negli interessi e carismatico, è stato un protagonista della cultura italiana del ‘900; eppure è finito a lungo nel dimenticatoio, senza un ritratto in grado di consacrarne la grandezza. A colmare la lacuna ci pensa oggi Cristina Battocletti con la biografia «Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste», edita da La nave di Teseo (pp. 392, 19.50 euro), raccontandolo nella dimensione pubblica e privata. Il crocevia della sua carriera - da trovare nell’identità non tanto di scrittore quanto di talent scout della letteratura - è stato l’incontro con Montale, l’amico soprannominato Eusebius in omaggio al «Carnaval» di Schumann: un legame iniziato nel fulgore della gioventù ed approfondito addirittura nella poesia. La sezione Mediterraneo degli «Ossi di seppia» è infatti dedicata all’amico; inoltre nei versi degli anni successivi si riscontrano le attenzioni condivise verso varie figure femminili, come Gerti (Margarete Frankl), Ljuba (Valerie Fernbach Blumenthal) e Dora Markus: «Carnevale di Gerti», «A Liuba che parte» e «Dora Markus» sono tre tasselli del mosaico delle «Occasioni». Appartiene all’aneddotica l’invaghimento di Bazlen per le «bellissime gambe» di quest’ultima creatura (un’ebrea viennese che riparò in America durante l’Olocausto), per cui Montale assecondò l’amico poetando su di lei, pur non avendola mai vista ma guardandola in fotografia. Al di là di queste muse, a confermare quanto intensa fosse la confidenza tra i due fu Drusilla Tanzi, la donna che Montale scelse come compagna di vita. Bazlen, che in quel momento stava corteggiando Gerti ma si divertiva a seminare zizzania, esortò senza mezzi termini Eusebius a sbarazzarsi della sua amata: per il fatto che lei era sposata con il critico d’arte Matteo Marangoni (tant’è che la nuova relazione iniziò nel segreto), aveva tendenze depressive (Montale assisterà alla sua minaccia di suicidio a causa della gelosia per Irma Brandeis, l’affascinante Clizia) ed era oltremodo noiosa. Morale della favola: il rapporto tra Bazlen e Montale si rompe e termina la corrispondenza epistolare; il poeta prosegue indisturbato la relazione con Drusilla. Ma non c’è solo questo: «maledetto gobbo», lo definisce la moglie di Saba, Lina, non approvando che Bazlen vada alla conquista della loro figlia Linuccia, unitasi poi allo scrittore e pittore Carlo Levi. Fuori dalla sfera privata, il critico letterario di Trieste fu stimato ed eminente: per aver elevato la sua città nella cultura mitteleuropea (Trieste tuttavia amata-odiata, tanto da decidere di lasciarla a 32 anni) ma anche per aver valorizzato i suoi talenti, come Svevo, Stuparich e Quarantotti Gambini. Il lancio di Svevo, ad esempio, è soprattutto suo merito: è lui che fa leggere a Montale «Una vita», «Senilità» e «La coscienza di Zeno» invitandolo a recensirli. Inoltre fa conoscere in Italia le opere di Freud e Jung, Kafka e Musil. La Battocletti descrive poi un'altra esperienza esemplare di Bazlen, la fondazione della casa editrice milanese Adelphi, nel giugno 1962, con Luciano Foà: «Imbattibile sui contenuti, Bobi non era adatto ad affrontare le questioni economiche e la casa editrice faticava a mantenersi... Per l’Adelphi fu Foà a cercare fondi, a farla nascere e crescere». Di fatto la figura di Bazlen rimane tuttora ambigua. E’ vero che è stato un rabdomante originale della cultura ma ne è stato anche ai margini, e non si sa bene il motivo: forse per i suoi cambi di direzione, ad esempio da una casa editrice all’altra, o per le inimicizie legate ai capricci caratteriali, o per lo snobismo di Roma verso la cultura periferica. La biografia si chiude con un sillabario, dove è inserito il termine «politica», che appunto spiega una condizione per lui decisiva: «Si diceva disinteressato a ogni filosofia e aveva uno snobismo aristocratico nei confronti delle vicende della politica. In seguito alla grande disillusione per i valzer di poltrone successivi alla caduta del fascismo, si diceva un antifascista viscerale, un antimilitarista, un antidogmatico, ma non si schierò mai per un partito. Credeva solo nei valori individuali. Era un demistificatore, una specie di Charlot della politica». •

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