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21 novembre 2017

Spettacoli

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24.10.2017

Il fascino di Kurt:
la controcultura
americana sono io

Se ne «Il grande tiratore» (1982) Kurt Vonnegut affermava che «noi tutti vediamo la nostra vita come un romanzo», un’esistenza come la sua, che ad appena venticinque anni lo aveva visto sopravvivere al suicidio della madre, all’offensiva delle Ardenne, alla prigionia nazista e al bombardamento di Dresda (evento che gli avrebbe ispirato il best seller pacifista «Mattatoio n. 5», 1969), non poteva non essere raccontata.

Il mercato anglosassone aveva già provveduto con i ritratti forniti da Loree Rackstraw («Love as Always, Kurt: Vonnegut as I Knew Him», 2009), Gregory D. Sumner («Unstuck in Time», 2011) e Charles J. Shields («And So It Goes. Kurt Vonnegut: A Life», 2011, contestatissimo dal figlio dello scrittore, Mark Vonnegut), ma in Italia non era possibile reperire né una traduzione di tali testi, né un lavoro critico analogo. Almeno sino a quando Pascal Schembri (con la collaborazione di Marco Ongaro) non ha deciso di colmare questo vuoto, offrendo ai lettori la prima biografia in lingua italiana dedicata all’alfiere letterario della controcultura statunitense (nato a Indianapolis nel 1922 e spentosi a New York nel 2007): «Kurt Vonnegut Jr. Una biografia chimica» (Odoya, pp. 224, 16 euro).

Il sottotitolo mette subito le cose in chiaro: la chimica è sia il retroterra formativo che accomuna Vonnegut a Primo Levi (altro grande autore divenuto simbolo di sopravvivenza), sia la scienza che, insieme all’antropologia, gli fornisce un personalissimo punto di vista sulle emozioni e le interazioni degli esseri umani, paragonati ne «La colazione dei campioni» (1973) a «delle enormi provette di caucciù ribollenti di reazioni chimiche». Infatti, a dispetto dell’élite salottiera che ieri lo snobbava in quanto «firma di genere sci-fi» o di chi oggi lo giudica in base alle doti satiriche o all’umorismo eversivo (eredità raccolta dall’amato Mark Twain), Vonnegut è uno scrittore serissimo.

Come sottolinea Schembri, tale serietà «è sconfessata, solo in superficie, dal suo modo leggero di parlare e scrivere, dal suo argomentare provocatorio e apparentemente strampalato. Il suo discorso pare a volte talmente sconclusionato da sembrare frutto di uno sguardo fantascientifico, mentre invece sta osservando da vicino, e spassionatamente come pochi, quell’essere confuso e scalcinato chiamato uomo.»

Dal momento che Vonnegut costituisce uno di quei casi in cui non si può scindere il vissuto dall’opera (pena la comprensione parziale di quest’ultima), Schembri utilizza tutti gli indizi (autobiografici, tematici e simbolici) presenti nella bibliografia di Kurt per ripercorrerne la parabola personale e artistica, senza scordare di analizzare i contesti (culturali, sociali e letterari) all’interno dei quali si sviluppa la sua produzione. Un valore aggiunto sta nel fatto che (pur essendo consigliabile) non è necessario aver letto Vonnegut per apprezzare «Una biografia chimica». Anzi il libro può rappresentare un valido punto di partenza per scoprire un autore che, a dieci anni dalla sua scomparsa, rimane più attuale, complesso e graffiante che mai. In fondo, il buon vecchio Kurt «è un amico dell’umanità e una garanzia di vigilanza: lui davvero non si addormenta mai al timone».

Angela Bosetto
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