Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
22 ottobre 2017

Spettacoli

Chiudi

27.09.2017

IL FASCINO
DEL NOBEL

Il sociologo Massimiano Bucchi insegna all’Università di TrentoLa copertina del libro
Il sociologo Massimiano Bucchi insegna all’Università di TrentoLa copertina del libro

Nel mondo della scienza ci sono molti altri premi prestigiosi, alcuni con una dotazione economica ancora più ricca. Ma il fascino del Nobel prevale su tutti. Si tratti di una personalità al culmine della carriera, o di un oscuro tecnico di laboratorio che incappa in una scoperta, vincere il Nobel è il sogno di una vita. A dire il vero per qualcuno è stato un affronto e c’è stato chi ha tentato di rifiutarlo. Ma si può rinunciare al denaro (il premio ammonta oggi a circa 800mila euro), non al Nobel in sé. Il Nobel è per sempre. Al di là dei benefici che ne derivano per i vincitori, in termini economici e di fama, il Nobel ha dato «forma all’immagine pubblica della scienza e dello scienziato nell’ultimo secolo», scrive il sociologo Massimiano Bucchi nel suo ultimo libro «Come vincere un Nobel» (Einaudi, pp. 238, 17,50 euro).

Docente di scienza, tecnologia e società all’Università di Trento, Bucchi ha svolto una ricerca decennale alla Fondazione Nobel e all’Accademia reale delle scienze di Svezia per analizzare la documentazione, in parte inedita, e capire come il premio abbia contribuito a plasmare il ruolo sociale della scienza.

Prima di tutto, come si arriva all’assegnazione del Nobel?

A ottobre l’Accademia reale e l’istituto Karolinska chiedono a tremila fra scienziati e professori di proporre delle candidature. Arrivano circa cinquecento nomination. I comitati dei vari settori, cioè chimica, fisica e medicina o fisiologia, fanno la prima scrematura, chiedono pareri esterni, fanno rapporti sui candidati più promettenti. Poi li sottopongono all’Accademia e al Karolinska per la votazione in assemblea. È passato un anno. Il voto a maggioranza di solito tiene conto delle raccomandazioni, ma non sempre.

Perché il premio ha questo fascino indiscusso?

Dipende in parte dalla storia stessa di Alfred Nobel, l’inventore della dinamite e di altri 350 brevetti. Era molto schivo, non rilasciò mai interviste né si fece ritrarre. Ma aveva un grandissimo successo, lasciò per il premio l’equivalente di 177 milioni di euro. Quando si seppe del testamento con cui istituiva appunto il premio, la risonanza fu enorme.

La molla di tutto fu quel necrologio, sbagliato, in cui veniva definito «mercante di morte». Creò il premio per ripulire la propria immagine?

Rimase sicuramente molto scosso dal necrologio, però nel suo testamento, dove parla del premio, c’è tutta la sua vita. Il suo interesse per la chimica e la fisica, che gli erano state insegnate a casa. La consapevolezza dell’importanza della medicina. La passione per la letteratura. Quanto alla pace, una sua segretaria, Bertha von Suttner, con cui forse ebbe una relazione, fu una figura di spicco del pacifismo. Lei stessa prenderà il Nobel per la pace.

Che cosa fece leva sull’immaginario popolare?

Intanto alcun milionario aveva mai lasciato tanti soldi per la scienza. Il fatto poi che ci siano ambiti diversi colpisce e attira pubblici diversi. Non di rado inoltre è arrivato a scienziati che godevano già di grande fama, come Marie Curie, Röntgen, Marconi, personalità che hanno contribuito a dare visibilità al premio.

Che però è stato assegnato anche a sconosciuti.

Le storie sono molto varie. Lo erano Watson, Crick e Wilkins, diventati famosi grazie al premio per la scoperta della struttura del Dna. La cinese Youyou Tu, vincitrice per la medicina due anni fa, è una farmacista. Ci sono anche nomi che erano sconosciuti prima, e lo sono rimasti dopo. Il Nobel è stato istituito al posto giusto nel momento giusto: la scienza stava diventando sempre più complessa, organizzata, impersonale. Il premio bilancia questo processo dando volto agli scienziati, rendendo la scienza più comprensibile.

Quale immagine dello scienziato ha contribuito a creare il Nobel?

A mio parere ci sono tre aspetti, che si compenetrano tra loro: lo scienziato come genio, un ideale romantico; come eroe nazionale nella gara tra i popoli; e come santo, il prototipo è Einstein.

L’immagine dello scienziato «santo» è valida anche oggi?

C’è ancora ma miscelata con altre caratteristiche. Oggi si gioca su due registri, lo scienziato come una persona speciale, al di sopra delle cose materiali, ma anche come uno di noi. L’esempio è Dulbecco, che partecipò al Festival di Sanremo del 1999.

Spesso all’annuncio del premio fioccano critiche. Si sbagliano anche gli Accademici di Svezia?

È accaduto che abbiano preso vere cantonate, premiando gli autori di scoperte che si sono rivelate errate. Alcuni premi, che avevano anche motivazioni politiche, sono stati aspramente criticati: quello per la chimica a Fritz Haber, che figurò nella lista dei criminali di guerra nel primo conflitto mondiale. Quello ad Antonio Egas Moniz, inventore della lobotomia. Ci sono aspetti personali: per anni la fisica teorica venne premiata di rado. Nel 1912 erano stati nominati giganti come Einstein, Poincaré, Planck: premiarono tale Dalén che aveva inventato dei regolatori automatici per le boe.

E c’è anche chi non lo prende mai.

È noto che lo stesso Einstein rischiò di non vincerlo per l’opposizione di vari scienziati. Qualcuno raccoglie tantissime nomination senza mai ricevere il premio: il record è del francese Gaston Ramon, ne ebbe 155. L’italiano Aldo Castellani, ben 61. Non mancano storie drammatiche: la scienziata Lise Meitner, di origine ebraica, nel 1938 dovette scappare dalla Germania; il collega Otto Hahn ricevette il Nobel per un progetto sulla fissione nucleare a cui aveva collaborato anche lei, ma non lo ammise mai.

La storia del Nobel non è generosa con le donne.

Su 885 vincitori, le donne sono 49. Ci sono casi emblematici: Rosalind Franklin fu fondamentale nella ricerca sulla struttura del Dna, ma il suo contributo non venne riconosciuto e non prese il Nobel, assegnato dopo la sua morte. Jocelyn Bell contribuì in modo decisivo a una scoperta, la prima pulsar, per la quale fu premiato con il Nobel solo Antony Hewish. Il grande scienziato Fred Hoyle protestò molto per tale esclusione, e forse per questo si giocò il Nobel lui stesso.

Gianmaria Pitton
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok