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14 dicembre 2018

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27.06.2018

IL MONDO VERDE DI CAVALIERE

Alik Cavaliere, «W la libertà» 1976-1977Alik Cavaliere
Alik Cavaliere, «W la libertà» 1976-1977Alik Cavaliere

Nel ventennale della scomparsa di Alik Cavaliere (Roma 1926 - Milano 1998), artista fra i maggiori della scultura italiana del secondo Novecento, Palazzo Reale ospita da oggi, 27 giugno, al 9 settembre un’importante antologica ad ingresso gratuito, che ricostruisce il percorso dell’artista, soffermandosi sul tema della natura. Solo la dolce sapienza di Elena Pontiggia – dice Adriana, vedova di Cavaliere - e il suo valore di storico dell’arte – aggiungo io - potevano reggere il peso di una ricostruzione del complesso cammino di ricerca di Alik Cavaliere, lo scultore cui Milano dedica una grande mostra per tutta la città: «Alik Cavaliere. L’universo verde» curata, appunto da Elena Pontiggia. Una mostra per la città: infatti, accanto alla parte principale di questa antologica allestita nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, altre importanti opere sono ospitate nel Museo del Novecento, in Palazzo Litta, alle Gallerie d’Italia, nella sala ristorante dell’università Bocconi e al Centro Artistico Alik Cavaliere. Prima, però, di presentare, anche se per sommi capi, questa mostra che ripercorre le strade della precedente dedicata ad Arnaldo Pomodoro, mi sembra importante tracciare poche linee della figura di questo artista multiforme che, nel percorso di una ricerca durata cinquant’anni ha attraversato tutta la storia dell’arte plastica (e non solo) occidentale: da Picasso, finalmente conosciuto in diretta nella grande mostra milanese nella Sala delle Cariatidi dell’autunno del 1953, a Giacometti, da Manzù e Marino Marini (di cui fu assistente alla Brera dal 1956), e poi i surrealisti e i metafisici conosciuti grazie al rapporto con il critico e gallerista-editore Arturo Schwarz. Fu soprattutto la frequenza ai corsi dell’accademia milanese, dove si diploma nel 1947, che diede a Cavaliere il respiro sempre pieno della sua ricerca, perché in quell’accademia, nella fine del Ventennio, quando il colonnello della milizia fascista Achille Funi la difendeva da tutte le incursioni del regime, e nei primissimi anni della recuperata libertà, Cavaliere studiava e lavorava insieme con Chighine e Sangregorio, Francese e Dobrzansky, Dova e Ajimone, Crippa e Peverelli, Cremonini e Baj e i fotografi Ugo Mulas e Alfa Castaldi, il regista Damano Damiani (Cavaliere fu aiuto scenografo di De Sica per il film del 1951 “Miracolo a Milano”), Dario Fo e Lorenzo Milani, il creatore della scuola di Barbiana. È in questa ricchezza di vite, di sperimentazioni, di pensieri, di lavori a quattro mani (tante volte con Vincenzo Ferrari, con Sangregorio, con Emilio Tadini, che lo seguì anche come critico) che nasce e si sviluppa questo cammino che passa da un naturalismo popolaresco, realistico, tutto riverso a cercare l’infinito del quotidiano degli uomini, all’ironia che nasce da uno sguardo smagato sul contesto sociale di un boom economico degli anni fine Cinquanta/Sessanta che distrugge la natura. Il dolore della vita di tutto il creato dell’universo verde, appunto, che Cavaliere Sculptor Philosophus (de Chirico si era definito Pictor Philosophus) incontra nel cammino di tutti i giorni, dal suo studio aperto in una borgata milanese malfamata come Via del Bottonuto e circondato da una piccola grande verde foresta-giardino, perché da qui Cavaliere ricaverà le sue storie. Una scultura fatta di storie in cui entrano a pieno respiro il “De Rerum Natura” di Lucrezio, “La Città del Sole” di Campanella, “Lo spaccio della Bestia trionfante” di Giordano Bruno. Artista colto, dunque, ricco di soprese, attento e sempre autoironico, come Ulric de «L’Uomo senza qualità» di Musil, che racconta e «scolpisce ora un mondo insieme vegetale e minerale, un universo di fiori, radici, cespugli, frutti, una vita germinante anche se insediata dalla morte» ( Pontiggia) e le sue storie come quella di Gustavo B «personaggio immaginario in cui mi specchiavo – scriveva l’artista – Storie di uno come me, anonimo, inserito tra gli altri». Viene naturale e forte il desiderio di incontrarsi con l’eterno di questo artista, le sue opere, a partire dalla Sala delle Cariatidi con le monumentali «Metamorfosi» fine anni Cinquanta e l’omaggio al personaggio «Gustavo B.» dei primi anni Sessanta; «Omaggio a Magritte» del 1963 e il «Monumento alla Mela» sempre del ‘63. Dello stesso periodo le sculture esposte alla Biennale di Venezia del 1964: «Tibi suavis dedala tellus submittit. La Terra feconda di frutti», «Il tempo muta la natura delle cose». Quindi le sculture del tema della gabbia, simbolo dei limiti e delle costrizioni che incombono sull’umanità: «E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce» del 1967 e i lavori della serie «W la Libertà!». Quindi lo spazio della Sala delle Cariatidi consente l’esposizione dello spettacolare «Alberto per Adriana» del 1979 e «Mezzo albero» del 1971; conclude la grande installazione della «Grande Pianta di Dafne» del 1991 (c, 450x410x400). Il ciclo completo «Le avventure di Gustavo B.» è ospitato al Museo del Novecento. L’opera «E sarà sempre di tutti quelli che credono con la loro arte di defraudare la natura» del 1967 è nel cortile d’onore del Palazzo Litta in Corso Magenta. La scultura «W la Libertà» (1976-77) è nelle Gallerie d’Italia. Nella Sala Ristorate della Bocconi in via Sarfatti un’ ampia selezione delle incisioni originali «Attraverso il tempo» eseguite a quattro mani con Vincenzo Ferrari. Infine presso il Centro Artistico Alik Cavaliere di via de Amicis un ricca serie all’interno e nel giardino delle sculture più piccole.Accompagna la mostra un ricco catalogo (Silvana Editoriale) curato da Elena Pontiggia con un saggio della figlia Fania Cavaliere e dello storico dell’arte Francesco Tedeschi. •

Francesco Butturini
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