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11 dicembre 2017

Spettacoli

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29.08.2017

Lee Marvin, il mito della virilità americana

Lee Marvin in «Quella sporca dozzina»
Lee Marvin in «Quella sporca dozzina»

Spesso filo-reazionario sul grande schermo, sostenitore del Partito Democratico e di John Fitzgerald Kennedy nella vita reale, ma duro pronto all’azione sempre e comunque. A trent’anni dalla scomparsa, Lee Marvin rimane una delle icone indiscusse della virilità cinematografica americana e il suo mito non fa che aumentare, aiutato dagli omaggi di illustri ammiratori.

Un esempio? Il look che sfoggia nel thriller «Contratto per uccidere» di Don Siegel (1964, completo scuro, cravatta e camicia bianca) è stato riproposto da Quentin Tarantino ne «Le iene» (1992), dove Michael Madsen/Mr. Blonde, rivolgendosi ad Harvey Keitel/Mr. White, dichiara, a scanso di equivoci: «Tu sei un fan di Lee Marvin, ci scommetto. Anch’io, eh! Mi fa impazzire». Nato a New York, 19 febbraio 1924 e spentosi a Tucson il 29 agosto 1987, Marvin riuscì a terminare gli studi in tempo per arruolarsi fra i Marine e andare a combattere nel Pacifico. Tornò dalla guerra con tre medaglie (e una ferita al nervo sciatico) e iniziò a recitare per puro caso. Infatti nel teatro in cui lavorava come idraulico un attore si ammalò all’improvviso e Lee lo sostituì senza problemi.

Si trasferì a Hollywood nel 1950, ma, fino a «Duello al Rio d’argento» (1952, sempre di Siegel), non venne nemmeno accreditato. A lanciarlo fu il noir di Fritz Lang «Il grande caldo» (1953), che però gli cucì addosso anche l’etichetta di cattivo violento, qualifica che l’attore prima sfruttò (da «Giorno maledetto» di John Sturges, 1955, a «L’uomo che uccise Liberty Valance» di John Ford, 1962), ma da cui in seguito riuscì a prendere le distanze, arrivando a vincere l’Oscar grazie al western comico «Cat Ballou» (1965).

Il già citato «Contratto per uccidere» inaugurò il periodo d’oro della carriera di Marvin (nuovo antieroe del cinema statunitense), destinato a durare fino a metà anni Settanta e a regalare al pubblico film di culto come «I professionisti» di Richard Brooks (1966), «Quella sporca dozzina» di Robert Aldrich (1967), oltre a «Senza un attimo di tregua» (1967) e «Duello nel Pacifico» (1968), diretti entrambi da John Boorman.

Prima di dire addio al cinema con «Delta Force» (1986), riuscì comunque a partecipare ad altri due titoli degni della sua fama: «Il grande uno rosso» di Samuel Fuller (1980) e «Gorky Park» di Michael Apted (1983).

Angela Bosetto
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