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20 novembre 2018

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13.08.2018

Naipaul, il premio Nobel figlio del colonialismo

Vidiadhar Surajprasad Naipaul ha ricevuto il Nobel nel 2001
Vidiadhar Surajprasad Naipaul ha ricevuto il Nobel nel 2001

Uno scrittore dalla prosa levigata, ma un uomo ispido, non privo di aspetti biografici sgradevoli: figlio delle colonie approdato ai lidi dell’assimilazione con l’elite britannica e a una visione delle cose improntata alle idee dell’Occidente più scettico. Così la Gran Bretagna, il mondo della cultura e le non molte persone a lui vicine ricordano V.S. Naipaul, romanziere e saggista anglo-caraibico di radici indiane, premio Nobel per la letteratura nel 2001, morto a Londra alla soglia degli 86 anni. «È stato un gigante in tutto ciò che ha fatto e ci ha lasciato», ha dichiarato la seconda moglie Nadira nel suo omaggio. Nato a Trinidad il 17 agosto 1932, Naipaul (che all’anagrafe faceva di nome Vidiadhar Surajprasad, ma ha firmato tutte le sue opere con le sole iniziali, quasi a prendere le distanze da un’identità esotica) proveniva da una famiglia emigrata nei Caraibi dall’India a fine ’800. Formatosi culturalmente e linguisticamente nell’idioma di Shakespeare, si era poi trasferito per forza di cose in Gran Bretagna per studiare a Oxford, acquisire la cittadinanza e fissare nel Regno la residenza definitiva. Sino all’appartata residenza degli ultimi anni, nel verde del Wiltshire, dove s’era ritirato carico di onori: incluso il titolo di sir accordatogli dalla regina. Il corpus della sua produzione include oltre una trentina fra lavori di narrativa, saggi e resoconti di viaggio, dall’Africa all’Asia. Al primo ambito appartengono fra gli altri «Il massaggiatore mistico» del 1951, «Una casa per Mr Biswas» del ’61, «In uno stato libero», che nel 1971 gli valse il Booker Prize, o «Sull’ansa del fiume» (1979). Mentre alla dimensione saggistico-letteraria si rifanno ad esempio i libri della trilogia indiana, come pure le sue annotazioni da girovago all’insegna della denuncia e di un rifiuto sulle realtà dell’Islam: preso di mira soprattutto sul fronte dei Paesi non arabi convertiti al verbo di Maometto in «Fedeli a oltranza», pubblicato in Italia come altri da Adelphi. Alla fine era arrivato il Nobel, motivato nel 2001 dall’Accademia di Stoccolma come un riconoscimento al suo talento nell’unire «narrazione acuta e capacità d’osservazione insopprimibile in lavori che ci obbligano a vedere la presenza di storie soppresse». Ma erano arrivate pure le critiche e le polemiche: sulla sua lettura del mondo, della politica, delle religioni, sui suoi giudizi occidentalizzanti e tranchant, sui lati oscuri dei suoi stessi comportamenti individuali. Voce critica in gioventù del colonialismo, e vittima in prima persona della xenofobia nella Londra dei primi anni ’50, Naipaul non aveva esitato a chiudere presto i conti con ogni fede, idealismo o speranza in un mondo migliore, in nome di un realismo di marca pessimista, associato alla misantropia e talora alla misoginia esplicita della maturità. Non senza liquidare l’Africa come «un continente senza futuro», l’India come «una società di schiavi» o le donne indiane come «teste vuote» coperte da veli colorati. «Grande nell’arte, orribile nella politica», disse una volta di lui il critico Terry Eagleton, mentre Derek Walcott, altro Nobel caraibico, lo accusò di «repulsione verso i popoli neri» e Salman Rushdie di alimentare forme di nazionalismo indù. L’amico scrittore Paul Theroux pubblicò poi un libro di memorie in cui lo tratteggiava come razzista e sessista, raccontava i maltrattamenti e le percosse inflitte sia all’amante anglo-argentina di molti anni, sia alla prima moglie Hale, morta di cancro nel 1996, accennava alla sua frequentazione delle prostitute. Colpe in seguito ammesse da Naipaul. E malgrado le quali Theroux, riconciliatosi infine con lui e fra gli ultimi a visitarlo ormai malato nell’ospedale di Londra in cui è morto, si sente oggi di rivolgergli un estremo tributo: il tributo che si deve a un autore «scrupoloso e severo nella scrittura» e che «non ha mai scritto in modo falso», dice. In fin dei conti, e a dispetto di tutto, «uno dei più grandi scrittori del nostro tempo». •

Alessandro Logroscino
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