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16 dicembre 2018

Spettacoli

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20.02.2018

«Accabadora», i riti e la pietà della fine Racconto d’amore

«Accabadora» drammaturgia Carlotta Corradi con Monica Piseddu scene di Barbara Bessi FOTO MARINA ALESSI
«Accabadora» drammaturgia Carlotta Corradi con Monica Piseddu scene di Barbara Bessi FOTO MARINA ALESSI

Mantello scuro e sacca con dentro mazzola di legno e cuscino. È l'Accabadora. Figura tra mito e realtà, che nella Sardegna di un tempo era chiamata per dare la «buona morte» come atto caritatevole. «Acabar» in spagnolo significa finire. Da qui nasce la parola accabadora: come una parca, colei che taglia il filo della vita, protagonista - o quasi - dell’omonimo monologo interpretato da Monica Piseddu con la regia di Veronica Cruciani, alle 20.30 al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri: dal libro di Michela Murgia Campiello 2010. La vera protagonista è infatti Maria, che lascia le strade ordinate di Torino alla volta di un indefinito paesino sardo per far ritorno a casa, chiamata dalla sorella per assistere sul letto di morte la Tsia Bonaria Urrai, donna cui era stata affidata dalla madre naturale. Molti i motivi per cui Veronica Cruciani ha scelto il romanzo di Michela Murgia. Anzitutto, questa storia, propone un modello alternativo di famiglia: la madre non è quella biologica ma adottiva, e rappresenta quindi un modello diverso di società. «Quello di Maria è un dialogo non solo con la Tsia ma soprattutto con se stessa, un flusso di coscienza e ricordi. Il dialogo tra Maria e Tzia Bonaria, sua madre, per me avviene solo nella testa della protagonista; è un dialogo tra sé e una parte di sé, tra una figlia e il suo genitore interiore», spiega la Cruciani. «Per raccontarlo abbiamo scelto di far partire lo spettacolo già dal rientro a casa della protagonista per poi andare a ritroso a ripercorrere il passato». Bonaria Urrai, figura affascinante e misteriosa: sarta nubile che mentre cuciva abiti confortava anime, avvolta da sapienza antica, da un'aura di sortilegi e fatture. Tra lunghi silenzi e materni rimproveri («le mandorle rubate si ricomprano, alle bugie non c'è rimedio»), imparando i segreti delle ricette e dell'imbastire tessuti, con lei Maria era cresciuta, amata e serena, seguendo la sua lunga gonna nera. Da parte sua, Bonaria si era accorta che il tempo della sterilità per lei si era concluso già al momento del primo incontro con quella bambina di 6 anni. Le era stata più madre della madre naturale in un intenso rapporto d'amore tra madre e figlia durato fin quando Maria, cresciuta, non era venuta a scoprire la vera identità della Tsia. Bonaria faceva l'accabadora: aiutava le persone a morire. Non era il gesto di un'assassina il suo, ma un atto di pietà e compassione verso i sofferenti, un aiuto a velocizzare un destino già segnato. Scoperto così il motivo delle misteriose uscite notturne della Tsia, Maria era fuggita a Torino per cancellare la Tsia e la vecchia vita. Ma ora che Bonaria Urrai è prossima alla fine, tutta la rabbia, il rancore e la delusione, riaffiorati insieme ai ricordi, si perdono e tutte le certezze di Maria crollano, ancora una volta davanti all'amore. Storia intensa di sentimenti ed emozioni in cui amore e morte si contrappongono, e temi etici frequentemente dibattuti come l'eutanasia e la maternità surrogata sono trattati con toni delicati. «Alla fine, in tutto, ciò che conta è l'amore. Tra una madre e una figlia che si sono scelte e volute. Verso chi in fin di vita non chiede che di alleviare il proprio dolore con una morte dolce. L'amore che va al di là dei legami di sangue, delle regole e del pensiero comune», conclude la regista. Lo spettacolo replica domani. Costo del biglietto 16 euro. •

Alessandro Faliva
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