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22 settembre 2017

Spettacoli

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02.07.2017

«Io, nato sul palco
fra Shakespeare,
Ibsen e Molière»

Luca Micheletti: bresciano, erede della tradizione secolare della compagnia teatrale I Guitti, l’1 ottobre compirà 32 anni
Luca Micheletti: bresciano, erede della tradizione secolare della compagnia teatrale I Guitti, l’1 ottobre compirà 32 anni

Così tanti spettacoli, così tanti riconoscimenti. Ci pensi e ti domandi se non sia un collettivo, Luca Micheletti. Una compagnia teatrale, come I Guitti da cui proviene e di cui è regista stabile. Invece è cosa sua, questa carriera che ne contiene cento. Che spazia dal teatro di ricerca al cinema, da Umberto Orsini a Marco Bellocchio.

Attore e drammaturgo, reduce da «Le città invisibili» raccontate dialogando con la musica di Ramin Bahrami, è atteso da un periodo di superlavoro fra Molière, Shakespeare e Ibsen. Tra studio e scena, senza sosta.

Non ha ancora 32 anni. La sua vita è questa da sempre.

«Non c’è stato un momento in cui ho scelto. Mio padre, mio nonno, il padre di mio nonno... La familiarità con la recitazione appartiene alla mia famiglia - sottolinea, figlio d’arte da 4 generazioni -. Siamo 5 fratelli: 2 stanno sul palcoscenico, un altro si occupa di teatro, gli altri due hanno un negozio di abiti».

Più la vocazione o la consapevolezza?

È stato naturale. Stavo sempre dietro le quinte, mi sono ritrovato presto davanti. Buttato in scena da bimbo. Mia mamma mi stringeva nel corpetto di Mirandolina, incinta all’ottavo mese... Il palco è il mio habitat.

Quando ha capito che era anche il suo destino?

A un certo punto la scena ha cominciato a mancarmi. Già ai tempi del liceo. Quando sono stato sufficientemente maturo o folle, ho deciso. Sennò magari avrei fatto il chimico, perché mi divertivano le reazioni. Ma è durata poco. Non mi sono neanche iscritto.

I suoi studi?

Classico Arnaldo, Lettere a Milano. Poi ho preso il dottorato in Italianistica alla Sapienza di Roma, occupandomi di teatro rinascimentale e di censura. Ho pensato che le discipline teatrologiche potevano essere la mia strada. Mi sono interessato alla filologia moderna, al periodo della Controriforma.

Periodo da cui non si pesca spesso, a teatro.

Verissimo. Il mio interesse per il teatro protomoderno è grande. Ho pensato a Ruzante per la mia prima regìa. Impresa ardua, per un adolescente. Ho portato in scena Ruzante anche a Brescia, 10 anni dopo. Mi è rimasto nelle orecchie un vecchio 45 giri in cui Gassman lo leggeva in maniera, diciamo, creativa... Uno spunto giovanile prezioso.

Il suo approccio è votato all’eclettismo.

Credo che la commedia dell’arte sia fin troppo compulsata, a volte in maniera facilona. Credo si debba prescindere dalle aspettative, dal titolo facile. Bisogna allargare il repertorio. Per questo mi faccio promotore anche di titoli outsider. Io non faccio teatro per salvarmi o per salvare. Lo faccio perché è pericoloso. Per me, per chi mi guarda, per chi non mi guarda. È un’arte spesso considerata ininfluente, ma che resiste.

Eppure i riconoscimenti non le mancano. Con il Premio Ubu per «La resistibile ascesa di Arturo Ui» e il Premio Internazionale Luigi Pirandello «per i meriti acquisiti in campo teatrale» a spiccare fra gli altri. Soddisfazioni, stimoli?

Non posso dire che facciano dispiacere. Calmano i nervi... di un professionista che sul sistema nervoso investe molto. Sono una responsabilità, comunque. L’ho pensato nel 2011, quando da attore non protagonista ho vinto il Premio Ubu. Ero molto giovane. Ma i premi non cambiano la carriera, semmai l’accompagnano. Ogni spettacolo è un ripartire da zero. Nuovo tormento, nuova estasi. Deve essere così.

Scrivere, dirigere, recitare. Il suo percorso, impegnativo: è passato da «Le memorie di Ivan Karamazov» di Dostoevskij a «La metamorfosi» di Kafka, da «Mephisto» di Mann a «Le variazioni Goldberg» di George Tabori. Fra Centro Teatrale Bresciano e Teatro Franco Parenti a Milano. Classico, sperimentale: cosa sceglie?

Ho firmati classici, Pirandello e Molière. Ma anche testi più di nicchia. Ho avuto la fortuna di essere portato a teatro spesso, e di vederne tanto. C’era un archivio di vhs, in casa, da cui attingevo in maniera vorace. Anche l’opera mi ha sempre affascinato. Da bambino avevo una cultura da melomane in erba. E poi da Disney ai manga... sempre stato famelico. Luca Ronconi mi disse un giorno che «i cartoni animati sono fonte di ispirazione». Quelli giapponesi di una volta hanno una vocazione tragica, conservano una virulenza mitografica. E anche sul piano formale del segno, certi cartoni aiutano nella stilizzazione. Io mi sono sempre ispirato per sottrazione. Non mi interessava il teatro di narrazione, mi sono appassionato al Novecento, alla scena sperimentale. All’idea di toccare i testi, raccontare un taglio, un’idea, attraverso la comunicazione stratificata del palcoscenico, così diversa da quella del cinema. Ho avuto poche benché importanti esperienze cinematografiche: è un mestiere differente.

La sua scuola?

Post brechtiana. Ma anche l’incontro con Brecht è stato siginificativo. Ho affrontato prestissimo «L’Opera da tre soldi», poi diventata un progetto pluripremiato con Orsini.

L’opera a cui è più legato?

Da una vita mi accompagna «Histoire du Soldat», che ho riscritto in «Tutta la felicità» per Sedizioni. Il mio primo e unico romanzo. Ho affrontato quest’opera più volte, in teatro. La prima a Fermo nel 2008. Poi ne ho tradotto e pubblicato il testo, per la prima volta in Italia, con una nuova versione per orchestra e voce sola. Non è una storia qualunque. L’originale di Stravinskij e Ramuz, di un secolo fa, ha in un certo senso realizzato l’utopia wagneriana dell’opera d’arte totale. Per questo ne ho fatte diverse versioni, integrale con ballerini e attori, recital, romanzesca. È un piccolo Faust. Si cerca la felicità, che per Goethe era il senso dell’esistenza. Fermarsi a un attimo che valga la vita. E trovare quell’attimo è compito di chi fa teatro: bisogna avere a che fare col proprio lato oscuro, senza maledettismo.

Erica Blanc lamenta l’incapacità di tanti attori di recitare senza microfono.

La battuta definitiva è di Carmelo Bene: «Il microfono non dev’essere considerato una protesi». Al buon artigianato teatrale, dal quale provengo, non deve mancare coscienza storica. L’epoca aurea degli anni ’60 non è replicabile. Bisogna avere il coraggio di formare il gusto del pubblico, rispettandolo. Non assecondando un non-gusto. Il teatro, se lo vuoi fare sul serio, ti concede mesi per costruire uno spettacolo, lontano dalla scena. Progettazione e sofferenza. Poi il cerchio magico si chiude sul palco. E sembra sempre troppo poco il tempo per verificare.

Il suo tempo è pienissimo. Quali tappe l’attendono?

Metto in scena il Tartufo di Molière per i 130 anni de I Guitti, riunendo la famiglia d’arte nei suoi componenti in attività. Debutteremo in autunno. Quest’estate, La Tempesta: tratterò la storia di John Florio, a lungo considerato uno pseudonimo di Shakespeare, nel primo spettacolo che nasce dal Belfort Theatre Campus, la residenza creativa per attori che inaugureremo in agosto in Valchiavenna, dove da una decina d’anni sono incaricato di costruire spettacoli e copioni e ricerca. Esperienze che ho appena racchiuso in un volume, «Scenari di Belfort», con 5 copioni miei. Insieme a Federica Fracassi mi confronterò con il «Peer Gynt» di Ibsen. A gennaio partiremo dal Teatro Parenti. A Brescia, con il Ctb, arriveremo verso la fine della stagione, dal 2 maggio. E del resto a Brescia già Massimo Castri mise in scena con Piera Degli Esposti un’opera di Ibsen, «Rosmersholm»: la riproporrò, sempre con Federica Fracassi. Dopo l’anteprima in un festival estivo, saremo a Roma. E poi altrove.

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