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17 dicembre 2017

Spettacoli

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17.09.2017

Moni Ovadia, tutta la poesia
di una Storia senza paura

Moni Ovadia: ha alternato canti klezmer e tzigani  a barzellette e storielle ebraiche FOTOLIVE/Diana BovoloniMoni Ovadia fra Marco Bencivenga (caporedattore Bresciaoggi) e Daria Aimo (Comitato scientifico LeXGiornate) Il pubblico del Teatro Sociale durante lo spettacolo di ieri sera
Moni Ovadia: ha alternato canti klezmer e tzigani a barzellette e storielle ebraiche FOTOLIVE/Diana BovoloniMoni Ovadia fra Marco Bencivenga (caporedattore Bresciaoggi) e Daria Aimo (Comitato scientifico LeXGiornate) Il pubblico del Teatro Sociale durante lo spettacolo di ieri sera

Un teatro gremito, uno spettacolo sui confini. Il successo di un sapiente intreccio di parole,poesia, lingue, strumenti, vocalità e suoni. Il Sociale ha accolto ieri sera per LeXGiornate il linguaggio teatrale di Moni Ovadia, che sviscera senza paura i destini di popoli tanto lontani quanto in realtà vicini.

Il punto di partenza è sempre ciò che divide: conformismi, convenienze che mascherate da false ideologie creano distanze culturali a volte incolmabili. Ovadia, nel pomeriggio impegnato in Cattolica con una relazione su «La seduzione dell’umorismo», trova il modo per evidenziare come i razzismi possano nascere ovunque e allo stesso tempo possano essere demoliti in ogni modo.

QUESTO PERCORSO si dipana attraverso la forma del récital di canti, musiche, storie rom, sinti ed ebraiche che mettono in risonanza la comune vocazione delle genti in esilio, Ebrei e Zingari, che parla di solitudine e di nomadismo, di paura e di passione, di assenza e di desiderio di appartenenza.

Questi due popoli fratelli hanno marciato fianco a fianco nella sorte, costretti al nomadismo per difendere la propria libertà, ancorandosi ad un’idea di indipendenza, una condizione che ha determinato a lungo le persecuzioni nei loro confronti.

EBREI, rom e sinti furono popoli senza terra e senza amor patrio. E tuttavia furono sostenuti da un patrimonio culturale fatto di tradizioni, spiritualità, sentimento.

La Storia ha poi voluto che gli ebrei riuscirono a cambiare il corso degli eventi, la spirale che li voleva eternamente erranti, conquistando una terra e il riconoscimento della loro condizione di perseguitati; il popolo rom invece continua a galleggiare fra accoglienza e pregiudizio, negazione del passato di perseguitati, oggetto di preclusione ed emarginazione.

Moni Ovadia attraversa questi concetti, alternando toccanti esecuzioni di suggestivi canti klezmer e tzigani, a ironici sipari conditi di barzellette e storielle ebraiche che sfumano nella piacevole declamazione di avvolgenti testi poetici appartenenti alle due culture.

Sempre di altissimo livello il contributo musicale di tutti i musicisti sul palco, chiamati a suonare strumenti secondo le modalità del popolo nomade, un contesto in cui l’ortodossia tecnica lascia il posto all’abilità improvvisativa.

Il concetto di melodia si mischia alla particolarità timbrica dello strumento: dalla fisarmonica di Albert Mihai al clarinetto di Paolo Rocca, dalla tromba di Massimo Marcer, al contrabbasso a tre corde di Marin Tanasache fino all’antichissimo cymbalon, suonato da uno strepitoso Marian Serban, strumento a corde battute discendente del salterio, il cui suono ha catalizzato l’attenzione del pubblico.

CAVALCANDO l’infinito potere insito nella musica, Moni Ovadia ha condotto il pubblico al di fuori dei condizionamenti mentali creati negli anni da certa cronaca, attraverso un percorso musicale in cui ha mostrato come la musica Rom sia diventata nei secoli una sorta di «tavola dei colori» da cui i musicisti hanno attinto creando capolavori assoluti: da Brahms, alla musica pop francese, fino ai generi più recenti ad uso e consumi dei giovani di tutto il mondo.

Nadia Spagna
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