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15 dicembre 2018

Spettacoli

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01.03.2018

Pirrotta e le crocefissioni di mafia

Vincenzo Pirrotta attore-regista
Vincenzo Pirrotta attore-regista

«Almanacco siciliano», spettacolo che Vincenzo Pirrotta ha tratto un paio d’anni fa dal romanzo di Roberto Alajmo, è andato in scena al Teatro Santa Chiara, per la stagione Ctb - Altri Percorsi (replica fino a domenica). Il libro parla di mafia non in chiave politica e sociologica come nel lavoro che Sebastiano Lo Monaco ha già proposto al Sociale, ma concentra l’attenzione sugli uomini e le donne che sono stati uccisi nel corso della lunga guerra che ha insanguinato la Sicilia e il Paese. E delle vittime, tanto di quelle scelte dalla mafia per il loro ruolo di servitori dello Stato quanto di quelle «casuali» che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Pirrotta ha scelto di raccontare, in soggettiva, gli ultimi istanti di vita prima del buio della morte. Come nella tragedia antica, è il momento dell’incontro dell’individuo con il destino, delle domande senza risposta, dell’assurdo che ci angoscia. E alla tragedia greca ha guardato Pirrotta costruendo uno spettacolo che vuol essere rito, con un sacerdote e due sacerdotesse impegnati a celebrare una liturgia funebre scandita dalla triste litania che ci ricorda le date delle innumerevoli uccisioni. La morte non viene rappresentata ed è solo raccontata con parole poetiche, ma la carne e il sangue sono evocati da cuori pulsanti e luminosi, pendenti come lanterne ai lati della scena, dominata da una grande piramide a gradoni che occupa quasi tutto lo spazio del palcoscenico del Santa Chiara. Pirrotta fa largo uso di simboli, non sempre facili da decifrare, di musiche e canti (sono di Marco Betta e dei fratelli Mancuso) in cui si ritrova l’eco di nenie strazianti e di dolorosi epicedi. Lo spettacolo raggiunge la più intensa drammaticità nel monologo finale di Pirrotta che, legato a un palo come un Cristo crocifisso, dà voce a tutte le vittime con un’interpretazione trascinante e frenetica, anche molto fisica, ma non enfatica né retorica. La voce si placa e le due sacerdotesse (le brave Elisa Lucarelli e Cinzia Maccagnano) raccolgono da terra scarpe scompagnate per appenderle a un filo che attraversa la scena: ultimi frammenti di vite negate, reliquie di esistenze che ondeggiano ammonitrici nel silenzio. •

F.D.L.
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