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23 giugno 2018

Spettacoli

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23.02.2018

Quel Paradiso ancora più lontano per la classe operaia

Come eravamo e come siamo diventati. C’è quasi mezzo secolo di distanza tra il film di Elio Petri, «La classe operaia va in paradiso», uscito nel 1971, e lo spettacolo teatrale, prodotto da Emilia Romagna Teatro con la regia di Claudio Longhi, che è in scena al Sociale per la stagione del Ctb. Mezzo secolo in cui ci è stato detto che le utopie sono cadute, la storia è finita, i partiti hanno esaurito la loro funzione, il nostro è il migliore dei mondi possibili e non importa se il lavoro viene distrutto, la miseria aumenta e il futuro non annuncia più speranza di progresso ma ci mostra un volto minaccioso che ci impaurisce. LO SPETTACOLO di Longhi è un ritorno al teatro politico. «La classe operaia va in paradiso» nasce da un testo di Paolo Di Paolo che non ha fatto una riduzione per la scena della struttura narrativa del film né un’operazione nostalgia, ma ha cercato di usare il lavoro di Petri per parlare d’oggi, proponendo prospettive di lettura di quel momento storico che gettano luce sul presente. Non solo il film dunque, ma la sua genesi, le riflessioni di Petri e dello sceneggiatore Ugo Pirro, le reazioni del pubblico di allora e tante citazioni, tanti materiali (non sempre facili da decifrare) in cui c’è l’eco del contesto del tempo: le canzoni di Claudio Amodei, le poesie di Elio Paglierani ed Edoardo Sanguineti, i romanzi «operai» di Ottieri e Volponi e il racconto di formazione sessual-politico di Lidia Ravera e Marco Lombardi Radice. Spettacolo molto colto e «multistrato» che la regia di Longhi porta in scena recuperando la lezione di Brecht aggiornata con gli strumenti dell’odierna tecnologia: musica dal vivo, scritte, attori in platea, ma soprattutto immagini di sequenze del film (i titoli di coda con le musiche ossessive di Morricone), di Carosello e Rischiatutto, di vecchi cinegiornali, di oggetti di domestico kitsch… La vicenda dell’operaio Lulù, il suo bisogno di sapere e di capire, il suo vitalismo e le sue frustrazioni ci riguardano ancora e ci riguarda il suo sogno finale con quel muro d’abbattere per occupare il paradiso, paradiso avvolto però nella nebbia in cui ci si perde. Lulù è in scena il bravissimo Lino Guanciale, che sa cogliere il lato grottesco del personaggio, ma anche la sua fragile umanità, gli scoramenti e le impennate improvvise. Con lui la compagnia d’attori solida e affiatata; applausi calorosi per tutti. •

F.D.L.
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