17 febbraio 2019

Spettacoli

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06.02.2019

Storia di Mara Cagol Il bisogno di padri e di una ribellione

Carmelo Rifici dirige  Francesca Porrini e Andrea Castelli LUCA DEL PIATerazzi: «Onorato di prendere in mano un locale storico della città»
Carmelo Rifici dirige Francesca Porrini e Andrea Castelli LUCA DEL PIATerazzi: «Onorato di prendere in mano un locale storico della città»

Da che parte della storia bisogna stare? E che peso hanno le scelte personali, e quindi i valori e le ideologie, dentro lo scorrere della Storia, quella con la esse maiuscola? Le sentenze e i giudizi cadono come pesanti serrande su chi percorre sentieri impervi, spesso scordandosi che dietro alle scelte ci sono le persone. È densa l'impalcatura etica sulla quale è costruito lo spettacolo «Avevo un bel pallone rosso», sul palco del Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara da oggi a lunedì 11 febbraio per la rassegna Brescia Contemporanea promossa dal CTB. Vincitore del Premio Riccione e del Premio Molière, il nuovo allestimento vede la regia di Carmelo Rifici con l’interpretazione di Andrea Castelli e Francesca Porrini, partendo dal testo di Angela Demattè che scava nei meandri più oscuri della recente storia italiana. «Avevo un bel pallone rosso» porta alla luce la storia di Margherita Cagol, giovane studentessa universitaria a Trento, meglio conosciuta come Mara Cagol, tra i fondatori delle Brigate Rosse, morta a trent’anni nel 1975 in un drammatico scontro a fuoco con le forze dell'ordine. «Ho incrociato questa storia per caso» spiega Angela Dematté. «Mi è sembrata perfetta per indagare il rapporto con la mia terra. A scuola nessuno ne aveva mai parlato, così come in casa mia». Una pagina che l'acuta scrittura della Demattè sceglie di raccontare attraverso gli sguardi di due personaggi. Da una parte Margherita, irrequieta e ribelle, dall'altra il padre, portatore di un diverso sistema di valori. «Tutto ruota sul bisogno di padri» afferma l'autrice. «In questo padre c'è il mondo dal quale provengo, un Trentino tradizionale, quasi atrofizzato. Il padre è l'incarnazione di quella tradizione, dalla quale la protagonista si separa e si ribella in modo estremo». Una piece in grado di parlare del non detto tra due generazioni divise dall'ideologia del post ’68. «Sono uniti dal dialetto, che è anche un legame con la loro terra» spiega Dematté. «Ma ci sono tante parole mancanti, come l'amore, e Margherita andrà alla ricerca tutta la vita di quelle parole. La ricerca passerà per il difficile dialogo col padre, quasi impossibile ma mantenuto vivo dal suo affetto». Un dialogo rotto, frammentario, che attraverso lo spettacolo assumerà la forma di uno sguardo sulla nostra epoca. «C'è una riflessione sul termine Terrorista, su chi investe interamente se stesso dentro un'idea in grado di dare un senso profondo alla propria vita, fino alle più estreme conseguenze. Credo che, al di fuori di ogni giudizio, possiamo rispecchiarci sia nella stabilità del padre che nella ribellione della figlia, con la capacità di commuoverci di fronte a due esseri umani che si amano ma non trovano un linguaggio condiviso per dirselo». •

Stefano Malosso
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