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martedì, 17 luglio 2018

Landry, una vittoria
nel ricordo del nonno
«Il cuore della Germani»

Un’azione d’attacco della Germani con protagonisti Marcus Landry e Michele Vitali sotto canestro (BATCH)

In attesa di vedere come cervello e gambe reagiranno alle prossime giornate, la Germani Brescia riparte dal cuore. Quello di una squadra che combatte e cerca di andare con lo straordinario oltre all’ordinario, anche perché l’ordinario al momento fa un po’ fatica ad emergere. O meglio: lo ha fatto a Pesaro, nella prima uscita stagionale di domenica, quando le difficoltà oggettive sono andate oltre a quelle preventivate o preventivabili, basate su una squadra «nuova di pacca», in cui solo capitan Ceron non rappresentava un’incognita.

In questo la squadra adriatica è stata molto brava a lavorare sui nervi scoperti della Leonessa che forse è molto più cantiere aperto di quello che si preventivava. Il cosiddetto gioco a memoria che ci si aspettava è stato messo in un angolo, dall’assenza di David Moss e dall’arrivo lastminute di Marcus Landry, in una squadra che di giocatori Usa al momento ne conta solamente 4: ma proprio dai punti deboli del proprio organico Brescia ha saputo trarre giovamento, capendo, nella fase finale di una partita tiratissima, dove andare a colpire. E chiudendosi a riccio attorno all’esempio che Marcus Landry ha saputo dare al resto dei suoi compagni: il lutto che lo ha colpito, la perdita di nonno D. Edward Eubanks, ha portato il giocatore di Milwaukee a un viaggio infinito andata e ritorno per e dagli States che avrebbe fiaccato anche un esperto globetrotter, oltre al dolore provato per l’ultimo saluto a una persona cara.

Lui ha voluto esserci: alle esequie, come in campo. Squadra e società, che non ha fatto trapelare nulla con nessuno, hanno tirato su un muro importante attorno al giocatore americano, che è rientrato in Italia la mattinata di domenica per unirsi alla squadra. «Abbiamo ammirato la sua voglia di esserci - ha commentato Graziella Bragaglio -. Come società lo abbiamo voluto lasciare libero in un momento fortemente emotivo per la persona, prima ancora del giocatore».

Un lavoro di intelligence a livello logistico, che ha portato in campo un giocatore sicuramente stanco nel fisico, ma desideroso di regalare a nonno Bishop una serata comunque memorabile. «È stato un gesto importante che rispecchia il valore del giocatore e al tempo stesso una società che mette da parte l’aspetto del lavoro e ponendo al primo posto i sentimenti di chi sta lontano da quello che è stato il mondo in cui è cresciuto ed ha vissuto per tanto tempo».

E QUELLA SCHIACCIATA, piena di rabbia (per una partita in cui Marcus non era al 100%), ha fatto saltare in piedi tutta l’Adriatic Arena, che ha applaudito il gesto atletico di un giocatore formidabile, che il pubblico bresciano ben conosce. Lenta e farraginosa in attacco, la squadra di Andrea Diana ha dimostrato di essere un team compatto, e di essere capace di essere team a tutti gli effetti: in questo si è visto qualcosa che Brescia si porta nel dna, come dimostrato dai tuffi nei minuti decisivi a cercare di recuperare palloni e centimetri, contro una squadra che non avrebbe meritato di perdere, ma che ha finito col pagare un conto salato in termini di esperienza. E soprattutto di quel «cuore» che da solo fa vincere il 50% delle partite: per il restante 50% ci sarà bisogno di un lavoro lungo ed accurato. A.B.