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15 novembre 2018

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08.07.2017

Arcari, smettere e rimanere:
«La mia nuova vita a Brescia»

Michele Arcari saluta da portiere, ma resta da allenatore: altri 2 anni di contrattoFOTOLIVE/Simone VeneziaMichele Arcari in volo davanti all’ex compagno Gilberto «Tuma» MartinezNella stagione 2011-2012 ha stabilito il record di imbattibilità con 907 minuti
Michele Arcari saluta da portiere, ma resta da allenatore: altri 2 anni di contrattoFOTOLIVE/Simone VeneziaMichele Arcari in volo davanti all’ex compagno Gilberto «Tuma» MartinezNella stagione 2011-2012 ha stabilito il record di imbattibilità con 907 minuti

Non voleva nemmeno parlare, perché è fatto così. Veramente non era nemmeno sicuro di prendere la decisione, prima. Adesso sì. Adesso ha sciolto il nodo che aveva dentro e può sentirsi risolto, Michele Arcari. Vent’anni di carriera, 39 di età. L’ultima partita, una vittoria-salvezza per la squadra della sua vita. Si può smettere, così. Si può «finire bene». Si può lasciare senza lasciare: svestire i guanti, ma restare sul campo, restare a Brescia e nel Brescia.

«Non volevo farla, questa conferenza-stampa, sapete della mia timidezza... Ma Pio mi ha martellato tanto - sorride Arcari cercando con lo sguardo la complicità del team manager, Edoardo Piovani -. Mi è parso giusto salutare tutti, visto che dopo 11 stagioni smetto di giocare e comincio ad allenare nel settore giovanile. Ringrazio il Brescia, che ha voluto darmi quest’altra importante occasione professionale, nella città e con i colori che amo».

L’ormai ex portiere di Annicco allenerà i portieri degli Allievi nazionali e regionali: «Ho iniziato con i Camp, per farmi le ossa. Avevo cominciato già l’anno scorso, del resto, con la scuola dei portieri di Giacomo». Violini, figura fondamentale per il percorso di Arcari nel calcio. «Sono tante le persone, non posso proprio citarle tutte... Andrea mi ha scritto e detto cose stupende. E poi Marco, Alessandro». Caracciolo, Zambelli e Budel, vecchia guardia del Brescia promosso in A nel 2010. «Violini, poi... Se sono qua è grazie a Giacomo. Mi chiamò per fare il tappabuchi fra Viviano e Agliardi, nel 2006. Fu chiaro, tappi le falle. Lo ringrazio. Pregi e difetti sono roba sua…».

Se si guarda indietro, Arcari è «felice di quanto fatto a Brescia. Pensare che credevo di aver finito con il fallimento del Lecco nel 2002... Sono ripartito col Pizzighettone. Facevamo i playoff di C2, il Brescia si giocava la salvezza in A e in un’amichevole, vedendo Di Biagio capitano, pensai Sarebbe bello giocare con quella maglia. Arrivai il gennaio successivo, da perfetto sconosciuto. Quello che ho fatto mi riempie d’orgoglio. Compresa l’ultima salvezza: come un campionato vinto».

Con il Brescia Arcari ha conquistato una promozione ed è retrocesso, ha fatto i playoff e si è salvato, ha stabilito un record di imbattibilità (907’) e si è fatto allacciare le scarpe da Eto’o, a San Siro. «Ai miei figli racconterò tante cose. Quell’episodio a San Siro, la mia prestazione e il gesto di un campione che è diventato un poster a casa mia. Due momenti soprattutto. La vittoria del campionato, con il triplice fischio e la corsa sotto la curva. L’applauso al primo gol subìto dopo il record, con lo striscione Michele Arcari grande uomo».

LA PARATA? «Quella su Gasbarroni nella finale vinta col Torino». Il segreto per sventare rigori? «Anticipare il movimento solo se il tiratore smette di guardarti». L’errore che non si perdona? «Tutti! Quando sbagliavo ero intrattabile per due giorni. Va fatto un monumento a mia moglie. Sono stato supportato e sopportato dai miei cari, soprattutto nell’ultimo mese. Ero confuso, vivevo una battaglia interiore. Il bambino che è in me vorrebbe giocare sempre. Quando ho rivisto lo spogliatoio e Mauro Oro, da sempre trait d’union coi tifosi, ho pensato che non saremmo più stati magazziniere e portiere, che una parte della mia vita finiva e ne iniziava un’altra... E mi sono commosso. Ora sono contento, inizio una nuova avventura con passione, entusiasmo. Dando il massimo. Valori che vorrei trasmettere ai miei portieri».

Arcari sorride. «Sono partito titolare due volte: abbiamo vinto un campionato e siamo arrivati ai playoff. Mi mancherà il gruppo, la goliardia. Lascio un vuoto enorme a briscolone...». L’ultimo pensiero è per Gino Corioni: «Il pres la prima volta mi chiese come stava Zambelli, perché mi scambiava per l’osteopata Marco Cesarini. Poi scherzando mi chiamava ciapamosche. Grande l’affetto che provo per lui. Gli sarò sempre grato».

Gian Paolo Laffranchi
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