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01.02.2013

Teleriscaldamento, il futuro è rinnovabile

Il tavolo della mattina con Pierluigi Malavasi, Graziano Tarantini e Adriano Paroli FOTOLIVE
Il tavolo della mattina con Pierluigi Malavasi, Graziano Tarantini e Adriano Paroli FOTOLIVE

Brescia. Dopo quarant'anni di servizio, il teleriscaldamento di Brescia è ancora una grande risorsa. E lo sarà anche guardando al futuro. Soprattutto per una città che ha bisogno di diventare davvero green per mitigare la morsa dell'inquinamento che l'attanaglia. Il teleriscaldamento, del resto, è la più importante infrastruttura che fa somigliare brescia alle ultime tre «European green capital» designate dall'Ue: Copenhagen, Stoccolma e Amburgo.  MA COME PUÒ una rete di tubi estesa per 630 chilometri sotto terra sostenere Brescia nella sua ricerca di aria pulita? Puntando all'efficienza energetica. Un termine che riempie la bocca di molti ma che per A2A vuol dire trasformarsi in una delle chiavi per il futuro di una città smart. «Per guardare al futuro dobbiamo potenziare le infrastrutture, diminuire l'utilizzo di fonti fossili in favore di quelle rinnovabili e valorizzare le risorse sul territorio collegando il sistema industriale a quello energetico della città». Sono le parole con cui Paolo Rossetti, direttore generale di A2A, ha concluso il suo intervento nel convegno organizzato ieri per celebrare i 40 anni di teleriscaldamento a Brescia. Dal 1972, quando Asm posò le prime tubature nel quartiere di Brescia Due, a oggi la società e la vita a Brescia sono cambiate in modo determinante, «ma il teleriscaldamento ha tenuto il passo - giura Rossetti - e lo farà ancora». Non per rincorrere i tempi, ma per anticiparli. «Faremo un investimento sulla rete per sostituire le tubazioni più vecchie utilizzando sistemi di maggior durata come i tubi in preisolato, e dal 2014 sostituiremo i gruppi 1 e 2 alla centrale Lamarmora in favore di un sistema policombustibile con caldaie efficienti a gas». Perchè, oltre a portare il riscaldamento in oltre 20.000 immobili per 42 milioni di metri cubi (il 70% del totale cittadino), il 50% della produzione di calore del teleriscaldamento arriva da fonti rinnovabili. «E la volontà è quella di abbandonare sempre di più la dipendenza da fonti fossili». MA A BRESCIA un altro aspetto che deve pesare nella valutazione dell'impianto è la sua capacità di dare «respiro» alla città. Lo ha spiegato Giovanna Finzi del dipartimento di ingegneria meccanica e industriale dell'Università di Brescia. Uno studio sull'impatto delle fonti di inquinamento sul territorio ha evidenziato come la presenza del teleriscaldamento non aumenti l'immissione nell'aria di ossidi di azoto, Pm10 e microinquinati. Secondo il suo studio sono le sorgenti industriali e il traffico, in particolare autostradale, i veri responsabili della produzione di questi agenti inquinanti. Lo ha detto ancora più chiaramente Pierluigi Malavasi, direttore dell'Alta scuola per l'ambiente dell'Università Cattolica di Brescia. La sua ricerca «Brescia tra le capitali verdi d'Europa» dimostra come le emissioni di ossidi di azoto e anidride carbonica sarebbero state ben più alte in città in assenza della rete del teleriscaldamento, e quindi con le case riscaldate dalle tradizionali caldaie. Il «Coordinamento Comitati ambientalisti della Lombardia» all'ingresso del convegno ha distribuito volantini di contrarietà all'impianto. A loro ha risposto Rosa Filippini, presidente dell'associazione «Amici della Terra». «Da ambientalista non capisco come teleriscaldamento e cogenerazione si possano ritenere impianti obsoleti quando la più recente direttiva europea in materia li ha invece raccomandati. E, in ogni caso, ci sono le prove di come questi siano migliorati nel tempo, e Brescia è  l'esempio». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Silvana Salvadori
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