Combattimento dei garibaldini a Vezza d’Oglio (4 luglio 1866)
18/03/2011Il crescente interesse per la pittura italiana dell'Ottocento e, in parallelo, i diversi anniversari degli episodi e dei protagonisti dell'epopea risorgimentale, che stanno ora avendo il culmine nelle celebrazioni per il 150° dell'Unità Nazionale, hanno prodotto in questi ultimi anni una serie di studi e di importanti mostre sulla pittura «risorgimentale» che è stata uno dei generi più frequentati dai nostri artisti del XIX secolo, sia di quelli legati alle forme accademiche della pittura di storia sia degli innovatori come i Macchiaioli che ci hanno lasciato testimonianze vivissime delle campagne militari del '59 e dei sentimenti patriottici che le accompagnarono.
Anche da noi ci sono state esposizioni che hanno focalizzato l'attenzione sugli avvenimenti che hanno avuto luogo in Brescia e nel suo territorio e su alcune nobili figure di bresciani che ne sono stati protagonisti. Basti ricordare l'ampia rassegna che nel 2000 Adro ha dedicato ai Dandolo e le mostre che a Brescia, nell'ambito della riorganizzazione del Museo del Risorgimento, hanno riguardato le Dieci Giornate e le battaglie di San Martino e Solferino o, più di recente in Santa Giulia, Napoleone III e il rapporto di amicizia che legò l'imperatore alla nostra città. Queste mostre hanno offerto l'occasione di riscoprire le opere di quei pittori bresciani che sono stati testimoni di quegli eventi e li hanno fissati, in immagini degne di moderni reporter, in piccoli album di disegni o su più ampie tele.
Sono sostanzialmente tre gli artisti che vanno ricordati: Angelo Inganni (1807-1880), Faustino Joli (1814-1876) e Luigi Campini (1816-1890). Pressochè coetanei, furono tutti e tre legati alla scuola romantica; praticarono prevalentemente il ritratto e la pittura di paesaggio, declinata nella forma della veduta urbana o dell'ambiente naturale, non disdegnando talvolta incursioni nell'ambito dell'affresco decorativo e del tema sacro. Non appartennerono alla categoria dell'artista patriota che scelse di lasciare colori e pennelli per andare a combattere per la libertà dell'Italia, ma si trovarono coinvolti negli eventi e ne trassero ispirazione per le loro opere.
Angelo Inganni, che peraltro a Milano aveva fatto fortuna sotto l'Austria, allo scoppiò delle Cinque Giornate eseguì alcuni «studi» tra cui le «Barricate a Porta Tosa», un disegno a matita oggi nei Civici Musei, da cui trasse poi un dipinto che si affrettò a cancellare al ritorno degli Austriaci. Inganni fu un bravo artista ma non certo un patriota. Nel 1859 è a Brescia; all'arrivo delle truppe francesi restò affascinato dalle divise multicolori ed esotiche degli Zuavi e dipinse una serie di opere di piccolo formato che colgono scene di vita nell'accampamento di questi soldati. Li utilizzò poi per una grande tela che celebra l'amicizia italo-francese nell'accampamento degli Zuavi sugli spalti delle mura di Porta San Giovanni: coppie borghesi passeggiano, incuriosite, tra le tende, qualcuno offre da bere e si conversa amabilmente; l'arrivo delle truppe è un diversivo alla normalità quotidiana. Inganni non conosce dramma e il suo sguardo è sostanzialmente bonario; la guerra appare lontana, fuori dalle sue corde.
Altro spirito si coglie in Faustino Joli ,testimone privilegiato delle Dieci Giornate. Il suo taccuino di disegni contiene una toccante e cruda rappresentazione degli avvenimenti bresciani del 1849: un morto ai piedi della barricata, un giovane patriota impiccato, i cittadini che trasportano un ferito, un combattente colpito a morte che cade allargando le braccia e levando in alto il moschetto come in una foto di Robert Capa.
Joli ci dà inoltre in quattro piccoli quadri, analitici e ricchi di dettagli: i Bresciani radunati davanti alla Loggia che danno inizio alla ribellione, la barricata a San Barnaba, i combattimenti nella piazzetta dell'Albera (oggi Tito Speri) nel tentativo di respingere gli Austriaci discesi dal Castello, i saccheggi e gli incendi a porta Torrelunga (piazza Arnaldo) dopo la sconfitta. Ritroviamo Joli nel 1859 a San Martino e Solferino dove dipinge «I Bersaglieri alla Madonna della Scoperta», sotto un cielo grigio e temporalesco e l'orizzonte bianco dei fumi delle cannonate, e la «Veduta di San Pietro e della Rocca di Solferino dopo la battaglia» con i soldati intenti a recuperare le armi dei caduti.
Anche Luigi Campini ci ha lasciato immagini significative della campagna del 1859 e tra le sue opere vanno almeno ricordati «L'accampamento degli Zuavi sugli spalti di Brescia», decisamente meno frivolo di quello di Inganni, e un quadretto, di collezione privata, con «L'assistenza dei feriti dopo la battaglia di San Martino», prezioso documento del prodigarsi nell'assistenza da parte dei bresciani in quello che fu definito un «immenso ospedale».
Insieme a questi artisti che furono testimoni diretti degli avvenimenti, altri ce ne furono, in seguito, che furono chiamati ad evocare o a celebrare il Risorgimento bresciano nella realizzazione di monumenti celebrativi.
Tre sono quelli da ricordare per il loro pregio artistico, tra i tanti che furono eretti nella nostra città dopo l'Unità: Il «Monumento ai Martiri delle Dieci Giornate», noto come «Bella Italia», fu realizzato da Giovanni Battista Lombardi in piazza della Loggia tra il 1860 e il 1864 su commissione di Vittorio Emanuele II, durante la visita a Brescia nel 1859 mentre si accingeva ad affrontare con Napoleone III l'esercito nemico, il «Monumento a Tito Speri», realizzato con vigoroso realismo da Domenico Ghidoni nel 1884, e il solenne «Monumento a Giuseppe Garibaldi» di Eugenio Maccagnani posto, quarant'anni dopo, là dove l'eroe era entrato per primo, nel 1859, in Brescia finalmente libera dagli Austriaci.