giovedì, 17 maggio 2012

Il dibattito su A2A

Il dibattito su A2A

Brunazzo: «A2A, pensammo alla nomina di un Ad esterno»

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Maurizio Brunazzo, ex Cda Asm

24/02/2011La fusione Asm-Aem fu un percorso politicamente delicato, tecnicamente complesso. Chi decise si trovò continuamente davanti ad alternative: duale o tradizionale? Sorveglianza o gestione? Vecchio o nuovo management? Non tutte le strade imboccate si rivelarono felici, almeno per Brescia. Ma ogni decisione venne presa sulla base degli elementi di conoscenza di cui si disponeva allora e di un presupposto: la buona fede di tutti gli attori, l'equilibrio per il bene della società.
La ricostruzione è offerta da Maurizio Brunazzo, per due mandati membro del Cda di Asm. Brunazzo oggi è un imprenditore immobiliare a Roma. In Asm arrivò con il patrocinio socialista, alle spalle esperienze nell'area organizzazione, strategia e finanza di Finmeccanica, Stet, Alitalia, Piaggio.
Onofri oggi propone due direttori generali o due società sotto la stessa holding, e Zuccoli dice di aver proposto a suo tempo, invano, la soluzione. È così?
L'ipotesi dei due country manager fu sicuramente esaminata, non ricordo se su proposta milanese. Di certo nel gruppo ristretto affrontammo diverse soluzioni su molti aspetti, riferendo sempre al Cda.
Perchè l'ipotesi fu scartata?
Perchè andava in direzione contraria rispetto alle esigenze del momento che erano quelle di una forte coesione da costruire, per sprigionare tutte le potenzialità collegate alle sinergie aziendali.
Ma Brescia non cominciò da lì a perdere terreno?
Responsabili per garantire la resa efficiente dei servizi sul territorio erano previsti, ma con deleghe limitate. Due direzioni generali distinte andavano contro la logica dell'azienda unica. Servivano dettagli procedurali, soluzioni di efficienza interna, che non andassero però a intaccare la macro-organizzazione.
Non prendeste in considerazione la soluzione della holding?
Se ne discusse brevemente. Il ricorso a una holding mantenendo società distinte sarebbe stato una fusione incompleta, e avrebbe dato vita a un'organizzazione troppo complessa. Al contrario, servivano integrazione e semplificazione.
Un motivo sufficiente per bocciare le proposte attuali?
Ciò che non era valido ieri potrebbe esserlo oggi alla luce di ciò che è accaduto in questi anni. Quelle decisioni vanno contestualizzate in quel momento, con quel management.
Gitti sostiene che fu il Piano industriale, e non la finanza, a dettare la fusione. Giusto?
Il Piano industriale era un presupposto essenziale, e su quello non c'erano opinioni contrarie. C'era semmai, nel consiglio di Asm, la contrarietà di consiglieri che non lo ritenevano realizzabile per le condizioni ambientali. Qualcuno, più smagato degli altri, temeva che aspetti di contorno avrebbero pesato sull'attuazione del Piano che, ad esempio, prevedeva sinergie spinte con le partecipate Edison e Endesa.
Non fu un errore non prevedere norme transitorie che vincolassero l'interregno, durato 52 giorni, in cui il presidente di Aem governò da monarca?
Leggo che Brescia considera quel periodo particolarmente penalizzante. Noi non ce ne preoccupammo sapendo che i patti erano molto chiari, era stabilita la rappresentanza negli organigrammi ed era scontato che tutto questo sarebbe stato rispettato. Può darsi sia stata un'ingenuità.
Nessun ripensamento nemmeno sulla scelta del duale?
Il duale era poco diffuso, poneva difficoltà realizzative e interpretative, ma sembrava assicurare maggior equilibrio, una più equa ripartizione dei pesi e dei ruoli fra i due maggiori azionisti. Era tuttavia chiaro che i veri poteri erano in capo alla gestione.
Ma allora perchè Brescia scelse di avere all'inizio la presidenza della Sorveglianza?
La decisione fu presa dall'azionista, che decise anche di mantenere elementi di continuità alla guida della Sorveglianza e della Gestione tenendo i due uomini che avevano fatto il successo di Asm e Aem. In un momento di massima discontinuità si puntò su questi due elementi di continuità.
C'erano alternative nei nomi?
L'alternativa su cui ragionammo fu un uomo nuovo, del settore, scelto all'esterno con il ruolo di Ad, che non avrebbe rappresentato in maniera particolare Brescia o Milano ma l'azienda. Invece si scelse una soluzione che consentiva di mantenere in azienda persone abili, di esperienza. Sulla carta il duale diventava positivo per il mantenimento di persone e competenze in azienda.
I rapporti di forza cambiarono ben presto in A2A.
Un accentramento nella gestione era in fondo prevedibile. La regola dell'alternanza diceva peraltro che si sarebbe creata una continuità di comportamenti aziendali.
Come giudica l'esito del processo che lei contribuì a definire?
I presupposti perchè la fusione avesse validità industriale, a mio avviso, c'erano e ci sono tuttora. Asm era un'azienda di media grandezza, pronta a crescere, e quell'esigenza non è affatto venuta meno: basta vedere cosa sta accadendo in quel comparto. Per questo la fusione è una scelta che rifarei. Che un azionista lamenti di non essere rappresentato adeguatamente è un fatto di dettaglio operativo, che va opportunamente messo a posto, ma non consente di dire che l'ipotesi di partenza era sbagliata.
Massimo Tedeschi