Arch+ n.12

10/01/2012 È frequente, nella storia dell’architettura, incontrare una ricerca progettuale legata al tema domestico. Una di queste tracce è la Casa del Mantegna, sita a poca distanza dalla nostra città, davanti ad un altro capolavoro dell’architettura che è il San Sebastiano del Leon Battista Alberti a Mantova. Quello che meraviglia ancora oggi, a distanza di cinquecento anni, è la forza espressiva che la sostiene. Qualche anno addietro Massimo Minini in una conferenza ha toccato l’importanza dell’arte concettuale, non intesa come corrente, ma come condizione. Ovvero l’importanza dell’arte di trasmettere un’energia concettuale. Da Caravaggio in poi. Così è stata, è, e dovrebbe essere l’architettura. Credo anche che questo sia il motivo dell’interesse che ho nei confronti della Casa del Mantegna, sì perché la forza è proprio questa, un’opera capace di isolarsi dalla funzione e dal momento storico in cui è pensata per ricordarci il valore compositivo fatto di volumi puri, di proporzioni, di aperture, di dettagli e di spazi. Un po’ come Ludwig Wittgenstein, autore dell’incipit di questo editoriale. Quando scrive queste righe aveva già accompagnato la progettazione e la costruzione della villa per la sorella Margaret Stonborough- Wittgenstein sulla Kundmanngasse a Vienna. Lui, ingegnere meccanico, scopre nell’architettura un ambito di ricerca e approfondimento dove applicare le nozioni della sua disciplina principale, la logica e la filosofia. Una ricerca autentica, portata avanti con rigore ed etica. Lo stesso rigore che troviamo frequentemente in altri esempi. Pare esserci un file rouge capace di unire i maestri del Movimento Moderno. Ci accorgiamo infatti che la funzione domestica, se portata avanti con passione e metodo, può diventare il terreno ideale su cui sperimentare la ricerca architettonica. Pensiamo alla casa che Mies van der Rohe ha progettato per sé nel Sud-Tirolo vicino a Merano, ritrovata poi in Casa Farnsworth. Oppure alla villa della famiglia Aalto a Muuratsalo. Ed anche alle case che un Alvaro Siza appena ventenne costruisce per i suoi parenti a Matosinhos. O la casa dei genitori di Le Corbusier sul Lago di Ginevra, detta la Petite Maison. Dev’essere un refrain dei Maestri, quello di progettare case per le persone vicine. Deve avere a che fare con una ricerca legata all’abitare, a condividerne lo spirito per poi restituirlo sotto forma di spazio. Del resto l’immagine più bella che ho letto del verbo abitare è di Frederich Holderin: “Poeticamente abita l’uomo”. Qualsiasi uomo.

Arch+ n.11

08/11/2011 Vi è un legame inscindibile tra l’arte e la fede. Non solo nei ricorsi storici che dagli albori dell’uomo ci portano sino ai giorni nostri, ma anche e soprattutto in ciò che viviamo. Come riferimenti le architetture e le immagini sacre ci accompagnano quotidianamente nei nostri pellegrinaggi, anche interiori. Basti pensare al Caravaggio, a Brunelleschi, ma anche alle Certose e alle Abbazie cistercensi. Vi sono però altre ragioni intimamente legate alla nostra disciplina. Temi come la luce, la rappresentazione simbolica, lo spazio, sono argomenti fortemente attinenti alla composizione architettonica in quanto ramo dell’arte applicata. Lo vediamo molto bene nella forza di alcuni progetti dove, come in un sodalizio perfetto, il contenuto e il contenitore pare si fondino sino alla trasfigurazione dell’uno nell’altro. Molti esempi dell’architettura moderna e contemporanea lo testimoniano. Pensiamo a Ronchamp e alla Tomba Brion dove Le Corbusier e Scarpa riescono a tenere insieme la sacralità della funzione con l’architettura, l’arte e il paesaggio. Questa capacità, questa forza dell’architettura che diventa espressiva nei luoghi del culto, è forse dovuta al forte legame con gli aspetti evocativi, alla religiosità più che alla religione, al rito, a quella parte del nostro quotidiano e della nostra anima che ha bisogno più di una serenità immateriale che di una ricerca spasmodica per una sfuggente felicità materiale. Non solo. L’architettura con la «A» maiuscola si caratterizza proprio per una forza che nasce dal comprendere (nel senso di prendere insieme, tenere insieme) gli elementi che la formano e mutarli magicamente in una figura unica. Per questo, quando ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte, anche se non legata ad una funzione religiosa, ci sentiamo in qualche modo attratti da un’energia superiore. Quasi religiosa. È ciò che proviamo davanti ad un David di Michelangelo o a un paesaggio di Van Gogh o alla Sainte Chapelle. Deve avere a che fare con la bellezza, con l’importanza che questa assume per le nostre anime. Sì, perché quando ci si avvicina all’arte la bellezza si rivela e ci appare come parte irrinunciabile. Molto è stato fatto nella nostra provincia negli ultimi anni, ma quello che più colpisce è l’opera, il lavoro, meglio ancora la missione di Padre Costantino Ruggeri, dai più chiamato artista. Oltre ad un’attività intensa, dentro e fuori i confini nazionali, è riuscito ad istituire l’importante Premio Internazionale di Architettura Sacra che annovera tra i vincitori progettisti come Tadao Ando, Alvaro Siza, Richard Meier e John Pawson. un esempio eccellente di apertura e riconoscenza a chi è stato in grado di trasformare un tema, una funzione, in un alto esempio di architettura e di bellezza. Non è un caso che anche la mostra «Oblita Imago», presentata in questo numero, tocchi questi temi. È un percorso tra le opere del pittore ceco Vlastimil Kosvanec, una ricerca autentica, tormentata, contrassegnata dal mito, dallabellezza e dal prodigio della luce!

ARCH+ n.10

20/07/2011 Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un continuo proliferare in modo diffuso di normative, iniziative, dibattiti e corsi di laurea relativi al paesaggio. Se ci spostiamo di un altro decennio ci accorgiamo che il termine paesaggio è presente in modo permanente quasi esclusivamente nelle avanguardie artistiche ad eccezione di alcuni testi di illuminati geografi e antropologi. Certo, se ci muoviamo nella produzione di una cultura allargata allora dobbiamo necessariamente ricordare le parole indimenticabili di Pier Paolo Pasolini, e le opere di Luigi Ghirri, vero e proprio precursore in ambito fotografico del filone paesaggistico. Ma questi sono punti di una costellazione. Quello a cui assistiamo oggi pare proprio un progetto globalizzato, dilatato anche da temi come la sostenibilità, l’eco-compatibilità, l’approvvigionamento energetico.
Cosa è cambiato dunque? Perché in questi anni il paesaggio è diventato un tema sempre più incalzante? Dovremmo riuscire a fare un passo indietro e affrontare la cosa da un punto di vista antropologico e geografico, appunto. Perché in realtà ciò che ci interessa è il paesaggio in sé, e cioè il rapporto sinergico tra uomo e natura. A volte ci si dimentica che a prescindere da ciò che le epoche hanno prodotto il territorio ha sempre accolto l’opera dell’uomo. Detto banalmente: la relazione tra la figura umana e la terra. Un rapporto che si è via via intensificato nell’ultimo secolo, sia per la crescente spinta demografica, sia per la tecnica che ha alzato il livello di incursione nell’ambiente.
Non è sufficiente però l’espansione demografica a giustificare l’occupazione del suolo. Bisognerebbe aprire un capitolo sulle proliferazioni urbanistiche, sulle reali necessità edificatorie, su di una pianificazione più orientata verso la rendita fondiaria che a un reale bisogno delle persone. Così come non è una mera questione di norme. Basterebbero le quantità legislative italiane a dimostrarlo. E non è, tanto meno, in discussione la questione del fare o non fare. No, non è questo il problema. E non è neanche quello che ci interessa. Ci interessa partire da una semplice considerazione, come quella che Marguerite Yourcenar fa dire ad Adriano. O come questa che ho trovato in un film della Pixar: «A quei tempi la strada non era così, seguiva il paesaggio, sai!? Allora il bello non era arrivare, era viaggiare». Ecco allora sorgere la vera questione e cioè quella del come fare. È il vero punto che riguarda noi progettisti. Un come che ha a che vedere con la progettazione in quanto ricerca costante e che comprende quei processi che definiamo compositivi, cioè basati sulla «composizione».
Ricordare le parole di Ernesto Nathan Rogers assume oggi un significato particolare: «L’architettura assorbe in sé le energie necessarie per servire alla vita quotidiana dell’uomo, per esserle utile e renderla più bella» e un consiglio alle professioni che agiscono quotidianamente nei nostri paesaggi.

ARCH+ n.9

11/04/2011 Salire su un albero, percorrere una scala, avviarsi lungo un sentiero molto ripido, arrampicarsi su una parete rocciosa. Gesti apparentemente diversi accomunati da una cosa: hanno tutti a che fare con la verticalità. Anche costruire una torre. Ci sono diversi tipi di torri: torri di avvistamento, torri difensive, campanili, torri civiche, torri dell’orologio, serbatoi pensili, torri del vento, torri porta faro, torri di controllo, torri per le telecomunicazioni, ciminiere, torri per uffici e abitazioni. Pensando alla verticalità mi viene subito in mente lo sforzo necessario per staccarsi da terra e per vincere la gravità, per salire verso l’alto. Allora alzo lo sguardo, verso l’alto appunto, verso il cielo e abbagliato dal sole mi risuonano nella mente alcuni versi di Neruda: «... sei tremito del tempo che trascorre tra luce verticale e sole cupo...» Penso così alla relazione che esiste tra la verticalità e la luce, la luce zenitale, il sole alto e battente, quello rovente di mezzogiorno, ma anche le ombre , ombre corte o lunghe, ombre della sera. Verticalità e luce. Luce e tempo. Verticalità e tempo. La verticalità, con la luce e con le ombre, scandisce lo scorrere delle ore e del tempo trasformando le torri in enormi aste di fantastiche meridiane che proiettano le loro ombre sulla città. La Torre del Broletto, la Torre della Pallata, la Torre d’Ercole, la Torre Mirabella... Curiosamente mi tornano alla mente le ombre della sera e ricordo che l’Ombra della sera è una statuetta votiva etrusca, proveniente dall’antica Velathri, l’attuale Volterra (dove peraltro è conservata al museo Guarnacci): si dice che sia stato il poeta Gabriele d’Annunzio a darle il nome «Ombra della sera», poiché nel guardarla gli venivano in mente le lunghe ombre del tramonto. I miei pensieri corrono allora alla dimora del Vate, al Vittoriale di Gardone Riviera e alla darsena sul lago dotata di una famosa Torre, la Torre di San Marco (ex Torre Ruhland), fatta costruire all’inizio del Novecento dal proprietario di Villa Ruhland (ora Villa Alba), l’industriale tedesco Richard Langensiepen. Situata in riva al lago, proprio di fronte a Villa Alba, aveva la funzione di torre osservatorio. La torre nel 1925 venne acquistata da Gabriele d’Annunzio, che con l’aiuto dell’architetto Giancarlo Maroni (già progettista del Vittoriale) la trasformò, passando dallo stile neo-gotico tedesco ad uno stile veneziano militare, facendola diventare un prolungamento del Vittoriale e attribuendole il nome di Torre San Marco. Così, tra luci ed ombre, tra sere bresciane e fiesolane, tra il rumoreggiare dei miei pensieri ed «i fruscii che fan le foglie», mentre assopito continuo a pensare, camminando e guardando verso l’alto, inciampo e rotolando cado a testa in giù. Mi viene in mente allora che da bambino mi divertivo a fare la verticale e reggendomi sulle braccia vedevo tutto sottosopra, proprio con la testa all’ingiù.

ARCH+ n.8

30/12/2010 Affrontare il tema delle micro architetture ci pone in un’altra dimensione, più sfuggente, ma più vera. È la dimensione dell’uomo, della scala a misura d’uomo. Architetture che soddisfano bisogni minimi, ma non per questo secondari, anzi. È proprio dalla scala minuta che si possono apprezzare gli sforzi progettuali. Come nella Tomba del Cane, icona della nostra città, dove il Vantini con meticolosità e ingegno riesce a condensare una ricerca fuori dal tempo.
Per questo per la prima volta questa rivista accoglie un’opera antecedente quel periodo che chiamiamo modernità.
O contemporaneità. Ma cosa c’è di più contemporaneo di un progetto che ancora oggi è in grado di rispondere alle esigenze primarie della progettazione? Sì, perché avremmo urgenza proprio di questo, di progettare, di studiare, come lo chiama Lionello Costanza Fattori parlando proprio di Rodolfo Vantini. Abbiamo necessità di un progetto, che non è mai «ora e subito», ma si nutre del tempo, del divenire nel tempo. Siamo troppo abituati a lasciarci prendere dal rincorrere.
Il progettare al contrario implica dedizione, ricerca, pazienza.
Ecco perché queste piccole architetture hanno un valore: perché esulano dal rapporto tempo/ricavi. Ed è sorprendente come molti progettisti ancora oggi si dedichino con passione anche alle architetture minute.
C’è di più. Queste piccole cose riescono a sovvertire le regole del mercato.
Riescono ad avviare quella che Sami Rintala chiama rivoluzione dal basso, rivoluzione silenziosa. Dovremmo forse ripartire da qui. Pensare in grande per agire nel piccolo.
Anche Silvano Agosti ci mette in guardia dalla società del «fast» e ci invita a prendercelo, questo tempo. È un po’ quello che ci capita quando incontriamo una microarchitettura.
Ci sollecita a fermarci, a cercare quel contatto fisico troppe volte relegato a pura comparsa quando ci troviamo di fronte allo spazio, alla bellezza dello spazio.
Sì perché, come dice l’amico Agostino De Rosa a proposito di James Turrell, lo spazio non è qualcosa che sta là in alto, ci riguarda da vicino. Anche se si tratta e a maggior ragione se si tratta di una piccola cosa. Come gli esempi che vi mostriamo nelle pagine seguenti. Ponti, pensiline, piccoli volumi abitati, vani tecnici, luoghi per il riposo, ma anche luoghi per il passaggio, o per lo stare, semplicemente seduti in un paesaggio.
Ecco allora che questo operare minuto, dal basso, fatto di poche cose, potrebbe essere una doppia risposta. Da un lato al momento congiunturale che stiamo vivendo.
Una piccola architettura, se pensata e progettata bene, pur cambiando in meglio la realtà non necessita di grandi investimenti e ci sprona a cambiare il nostro modo di vedere le cose, i nostri comportamenti. Dall’altro quella ricerca e costruzione «(...) di un paesaggio coerente alla propria individualità (...) così forte e marcata», monito che il prof. Antonio Acuto lanciava nella prefazione a «Itinerari di Brescia moderna» a proposito del progettare a Brescia. Già allora si sentiva la necessità di legare l’agire professionale ad una ricerca della nostra identità e quindi della nostra tradizione.
Potrebbe essere la sfida dei prossimi anni: valorizzare il nostro territorio partendo dal basso, utilizzando quelle risorse progettuali che la nostra provincia possiede da molti anni e che riescono, come possiamo vedere in questo numero, ad incidere positivamente sul nostro vivere quotidiano.

ARCH+ n.7

30/10/2010 Negli anni ’90 il Politecnico di Milano, grazie alla proposta di Tomàs Maldonado, ha accolto come docente Augusto Morello. Ingegnere atipico, il suo nome è stato legato soprattutto alla storica ditta Kartell e al mondo del Design. Nelle sue lezioni riusciva a spaziare dal marketing alla storia al design con disinvoltura e sapiente meticolosità, oltre che ampia cultura. In una di queste lezioni ci riportò quello che lui ha chiamato “il motto” di Adriano Olivetti, un fiore su ogni scrivania. Questa immagine, chiara, forte, si è stampata nella memoria di noi uditori. Un’immagine che a molti ha ricordato un ossimoro. Due mondi, quello della produzione e quello della natura a prima vista distanti, uniti nell’intento di rendere più umano il tempo del lavoro.
Ci rendiamo conto che in un momento di crisi come quella che stiamo vivendo parlare dell’architettura dedicata al lavoro può apparire stridente. Oggi ciò che manca è il lavoro, poi viene l’architettura. Ma questo è il nostro compito e non possiamo esimerci. Crediamo che una società più equa fondi le sue basi anche sulla qualità e sulla dignità dei luoghi che la accolgono. Crediamo anche che questa qualità e questa dignità possano migliorare le nostre città, i nostri paesaggi. Crediamo che un committente illuminato come Adriano Olivetti non solo abbia lasciato un segno indelebile nella storia dell’architettura italiana, ma abbia anche aiutato a vivere meglio. Sicuramente i suoi dipendenti, probabilmente molte altre persone.
E la nostra città? Anche qui si è fatto molto e molti sono gli esempi. Viviamo un tessuto urbano che è manifesto di quello sociale e che negli ultimi anni ha subito profondi cambiamenti. Alcuni significativi dal punto di vista architettonico, altri meno. Certo, se ci fermiamo un attimo a osservare gli esempi che la storia bresciana ci ha restituito, dal Mollificio Bresciano di Vittoriano Viganò, agli uffici dell’ASM di via Lamarmora, alle sedi Enel e della Centrale del Latte, a molti altri a volte anche anonimi, ci chiediamo cosa dobbiamo fare per dare continuità a quella ricerca. Cosa fare per migliorare i nostri luoghi, il nostro quotidiano cercando di rispettare il più possibile il territorio e la cultura dove viviamo? Olivetti in qualche modo ci ha provato, spesso il suo operare è stato avvicinato al sogno. Il sogno di un uomo che voleva fondere armonicamente produzione e natura, mercato e uomo. Questa potrebbe essere la sfida. E se dovessimo anche per un solo momento riuscirci tra lavorare e vivere non avremmo più alcuna distanza.

ARCH+  n.6

30/06/2010 Quando più di un anno fa abbiamo iniziato questa avventura editoriale ci auguravamo che i processi messi in moto potessero far scaturire iniziative virtuose come questa. Mai avremmo pensato che potessimo farlo in così breve tempo. Che in così breve tempo potessimo catalizzare non solo l’attenzione di un pubblico attento e sensibile, ma anche la passione propositiva di figure istituzionali e produttive necessarie a qualsiasi operazione divulgativa e culturale. Se infatti il materiale di qualità nella nostra provincia non manca - e lo dimostra la media altissima riscontrata prima di tutto dalla giuria internazionale formata da Luca Molinari, Maurizio Teora e Daniel Zarza -, è anche vero che in un periodo economicamente difficile come questo si fatica a trovare fondi, siano essi pubblici o privati, per concretizzare i progetti culturali. In questo caso no. Si è verificata una sorta di sinergia magica. Il lavoro logistico del Sindacato Ingegneri e Architetti di Brescia nelle persone di Roberto Rezzola e Alessandro Gasparini. La collaborazione di molte aziende importanti (Arena Luci, Bisazza, Brem, Ceramiche Coem, Corà, Duka, Geoplast, Ideal Standard, Il Ferrone, Isolgomma, Massardi Pittori, Mitsubishi Electric, New Floor, Famiglia Olivini, Rehau, Senini, Sonnenkraft, Spazio Verde, Teuco, Tremme Mobili) che come partners di Centro Gamma hanno consentito la riuscita di un premio che ci auspichiamo possa continuare anche i prossimi anni. Anzi. Lo stiamo già facendo. Stiamo pensando ad iniziative che possano dare continuità alla divulgazione del Progetto. Con la «P» maiuscola. Che può essere declinato a vari livelli: architettonico, ingegneristico, impiantistico, territoriale, paesaggistico, ma che deve avere un minimo comune denominatore: la ricerca della qualità. È quello che stiamo cercando di fare anche a livello editoriale e grafico nel nostro piccolo. Ci siamo accorti che abbiamo un riscontro, non solamente nel prodotto in sé, ma nel messaggio che cerchiamo di trasmettere. La nostra provincia nulla ha da invidiare a ciò che succede là fuori. Direbbe qualcuno «pensare globalmente per agire localmente». Molti progettisti, fotografi, autori, artisti, curatori, imprenditori, che hanno contribuito a questi primi sei numeri, sono innanzitutto professionisti capaci e appassionati. Sono persone che conoscono bene le dinamiche e gli esempi di altri Paesi, europei ed extra-europei. Alcuni di loro, pur avendo lavorato e studiato in questi Paesi, hanno deciso di agire professionalmente qui, di tornare alle loro origini, per poter dire qualcosa, per lasciare un segno. Ci stanno riuscendo, nonostante tutte le difficoltà che conosciamo bene. Altri ci riusciranno, lo speriamo. Anche qui per dare continuità (grazie Rogers!) ad una cultura, nel senso di tradizione, che la nostra città ha e che merita di essere valorizzata.

ARCH+ n.5

02/04/2010 Il tema del recupero di un edificio è sempre di difficile trattazione. Non si basa infatti su regole certe e codificate, ma necessariamente si affida ad una certa "discrezionalità" e, soprattutto, ad una certa sensibilità. In tal senso risulta interessante la risposta che fornisce David Chipperfield ponendosi la seguente domanda: nel recupero di un edificio quanto mantenere e quanto realizzare di nuovo? Egli infatti afferma: "La cancellazione è imperdonabile, il fac-simile grottesco". Meglio ricordare. E re-iniettare significato.

ARCH+ n.4

19/12/2009 Peter Zumthor, in un suo scritto, invita ad ascoltare lo spazio e dice che "ogni spazio funziona come un grande strumento musicale che raccoglie il suono, lo amplifica e lo trasmette". Questo, aggiunge, "ha a che vedere con la forma dello spazio, con la superficie del materiale e con il modo in cui i materiail vengono applicati". Sappiamo ascoltare il suono dello spazio? Penso che progettare l'interno di un edificio abbia a che fare con questo. Percepire i suoni, catturare la luce, creare ombre, suscitare emozioni... in una parola creare atmosfere.

ARCH+ n.3

18/09/2009 Il tema di questo numero si interroga sul rapporto tra l'architettura e il cibo, la tavola. Veddiamo da qualche anno un consolidamento tra queste due discipline sino ad assistere ad uno sconfinamento quando il cuoco del ristorante El Bulli di Barcellona, Ferran Adrià, viene invitato ad esporre a Documenta di Kassel nel 2007. Anche nel campo vitivinicolo molti architetti vengono chiamati a ripensare gli spazi: Stati Uniti, Austria, Spagna, ma anche le nostre regioni e la nostra provincia accolgono opere di architetti. Il gusto fisico si associa così ad un gusto estetico, compositivo.

ARCH+ n.2

12/06/2009 La funzione scolastica che abbiamo scelto per questo secondo numero di Arch+ vuole essere un auspicio, l'augurio che l'imparare, l'apprendere, non riguarda solo i nostri figli. Ernesto Nathan Rogers diceva che l'insegnamento è quella cosa in cui una parte dà e l'altra prende. Ma non sempre si sa da quale parte si sta. E forse è proprio questo il punto. Non sapere da quale parte si sta. Arte o architettura? Contenitore o contenuto? Architettura o fotografia? Sì, perchè l'altro stimolante tema che affrontiamo in questo numero, e in qualche modo correlato al precedente, è l'arte.

ARCH+ n.1

27/02/2009 Cosa sta succedendo a Brescia?" Negli ultimi anni dagli addetti ai lavori esterni al territorio bresciano ci si sente rivolgere spesso questa domanda. Con un certo autocompiacimento cogliamo lo spirito di curiosità positiva che aleggia. Uno spirito che contiene un misto di sospetto e curiosità, non senza malizia. Lo stesso sospetto e curiosità che potrà accogliere la nascita di una nuova rivista di architettura, di un magazine dedicato a ciò che produce, dentro e fuori, la realtà professionale bresciana. Soprattutto curiosità, perchè vi è spesso una grande aspettativa ed un desiderio di dar voce a molte architetture "nascoste".