Fase 2, il lavoro tema centrale
Il tema del lavoro e della sua rivalorizzazione deve diventare centrale nella "fase 2" del governo Monti.Il tema del lavoro e della sua rivalorizzazione deve diventare centrale nella "fase 2" del governo Monti. L'intervista della ministra Fornero pubblicata da un quotidiano nazionale non l'ha aperta sotto i migliori auspici, anche se nei giorni successivi c'è stata una correzione di rotta. Al solito i vecchi saggi fanno la differenza. Franco Marini, uno dei padri nobili del PD, ha chiarito: "Non so se il governo ha capito che l'art. 18 non ha alcuna influenza sull'occupazione e l'arrivo degli investimenti esteri in Italia. Forse quando aprirà il tavolo di confronto con le forze sociali se ne renderà conto".
Concordiamo financo nelle virgole. L'art. 18 è una norma di civiltà e, tra l'altro, non ha mai costituito, nel lungo periodo dalla sua introduzione, una barriera alla crescita dell'occupazione. Parlano i dati ISTAT, ministeriali e sindacali.
Partire o finire dall'art. 18 vuol dire approcciarsi al tema con occhiali ideologici. Dissentiamo da Veltroni che su Repubblica dice che "l'art. 18 deve semmai arrivare alla fine del percorso". Non capiamo perché le posizioni dei sedicenti veri riformisti finiscano col subire spesso le posizioni di chi per riforme intende una qualche riduzione di diritti, scambiati per privilegi, corporativismi, ecc.
E quando dovrebbe essere ormai chiaro che ha fatto fallimento anche quell'altro approccio ideologico: la flessibilità e la precarizzazione quali vie dell'incremento dell'occupazione e dell'accesso alla buona occupazione. Anche qui, oltre alla gravità della crisi in corso, parlano ancora più chiaro i dati, in particolare quelli italiani.
Negli anni pre-crisi il rapporto tra il tasso di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti è costantemente aumentato, per un verso, e per l'altro è diminuita la possibilità di passaggio da un contratto precario ad uno a tempo indeterminato. Un vero cortocircuito.
Allora il focus di una politica per il lavoro non può che essere una strategia di attacco alla precarietà, una riforma degli ammortizzatori sociali e misure per l'aumento del potere di acquisto di salari e stipendi medio-bassi. In una parola riduzione delle disuguaglianze, dopo che per decenni ha "imperato" un pensiero politico sciagurato fondato sulla disuguaglianza come leva dello sviluppo. Il PD ha idee buone e realistiche. Siamo consapevoli che il governo Monti è un governo di compromesso e non può farle proprie nella loro totalità. Decisiva è la direzione di marcia. Sta anche alla nostra azione e alla nostra iniziativa far sì che venga imboccata quella giusta. Dirimente è che il partito parli una lingua sola, quella dei deliberati degli organismi dirigenti. Vediamola questa lingua.
Cesare Damiano la riassume in 7 mosse: disboscare i contratti precari, ripristinare il divieto di dimissioni in bianco, estendere lo sconto IRAP alle assunzioni degli over 50, adottare il contratto unico di inserimento formativo per i giovani con un periodo di prova di tre anni durante i quali si può licenziare ma poi si ha l'art. 18, velocizzare il processo del lavoro, riformare gli ammortizzatori sociali, trovare una soluzione per chi a causa della riforma della previdenza resterà senza stipendio e senza pensione.
Qualche parola in più sul precariato. Spesso le strategie più efficaci derivano dalle domande giuste. Nella fattispecie la domanda centrale è: qual è l'ostacolo alla rimozione della precarietà?
I dati, questi testardi, rispondono che i contratti precari proliferano laddove non vige il divieto di licenziamento senza giusta causa. Ergo proliferano perché costano meno, molto meno, dei contratti a tempo indeterminato. L'ostacolo da rimuovere non è dunque l'art. 18, ma il costo per le imprese. Di qui la proposta del PD che il contratto a tempo determinato costi di più del contratto a tempo indeterminato, eliminando la convenienza del primo.
Ancora. I giuslavoristi sono alla continua ricerca del punto archimedico risolutivo di un nuovo contratto unico. Alla bresciana, non capiamo perché cercano il freddo per il letto (in dialetto suona meglio) visto che un contratto a garanzie crescenti già c'è ed è il contratto di apprendistato. Perché non farlo diventare un contratto tendenzialmente unico? Come? Disboscare la giungla dei contratti precari, limitare le forme contrattuali precarie a pochissime ed entro limiti quantitativi per ciascuna azienda e per attività stagionali e per i picchi di produzione, finanziare la contribuzione figurativa prevista per il contratto di apprendistato.
Tutte proposte uscite dalla Conferenza Nazionale sul Lavoro del PD. Non capiamo, ancora una volta, perché bisognerebbe partire dalle idee che non sono neanche state presentate negli organismi dirigenti.
È una sfida difficile certo, ma senza questo orizzonte il rischio è quello di ridistribuire la miseria del lavoro di oggi, togliendo ai padri di 1.200 euro al mese per dare ai figli di 800 euro. Il riformismo deve volere qualcosa di diverso.
Paolo Pagani
RESPONSABILE LAVORO PD BRESCIA
Massimo Reboldi
RESPONSABILE PRECARIATO PD BRESCIA
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