Pensioni, ecco chi paga di più

E' indubbio che la parte preponderante del cosiddetto “decreto salva Italia” sia rivolta al sistema previdenziale con tagli così pesanti da collocarlo tra i meno generosi fra i Paesi occidentali.
19/01/2012

E' indubbio che la parte preponderante del cosiddetto “decreto salva Italia” sia rivolta al sistema previdenziale con tagli così pesanti da collocarlo tra i meno generosi fra i Paesi occidentali. Tutto ciò, anche se mai dichiarato ufficialmente, nel solco di una tendenza a relegare la pensione dello stato ad un intervento sempre più marginale rispetto ai fondi privati e alle varie forme assicurative.
I raffronti fatti sinora tra le gestioni a capitalizzazione non sono particolarmente esaltanti, ma se la crisi finanziaria rende impervia la difesa del sistema pubblico, ciò nonostante ci si poteva attendere una declinazione più corretta dell'equità con il rigore. Non voglio riferirmi alle pensioni di anzianità, nè ai requisiti delle pensioni di vechiaia per le donne. Rivolgo l'attenzione a quel 50% e oltre del mercato del lavoro fatto di precarietà strutturale - giovani e immigrati - che da tempo avevano rinunciato ad una pensione piena ma che comunque ai limiti dei 65-66 anni potevano contare su di un assegno minimo a compensazione dei triboli della loro storia lavorativa.
Va ricordato, per maggiore comprensione del problema, in particolare per i lavoratori stranieri, che si è transitati dalla restituzione dei contributi versati al momento del rimpatrio, a restrizioni, sempre più severe, fino al decreto salva Italia che nei fatti rende evanescente il godimento di una pensione seppur minima. Infatti per aver diritto alla pensione a 66 anni, dal gennaio 2012, bisogna avere un'anzianità contributiva di 20 anni e raggiunto un valore mensile pari ad 1,5 volte l'Assegno Sociale (euro 625 per il 2011). Con i valori delle retribuzioni contrattuali correnti, la pensione di 625 euro mensili si traduce in 21,5 anni di lavoro continuativo per l'operaio metameccanico di 3^ livello e in 22 per l'operaia del settore tessile abbigliamento. Per i lavoratori inquadrati nella gestione separata dell'Inps (collaboratori partite Iva, discontinui di vario genere) la minore contribuzione riferita al salario (26,72% -2011) associata all'accredito minimo annuo superiore del 40% di quello del lavoro dipendnte, i 625 euro di pensione si possono raggiungere se si sono guadagnati 21.937 euro di salario annuo (1.687 mensili) per 20 anni.
Ognuno può vedere quanto sia lontana questa cifra dalla realtà come dimostrano i consuntivi Inps. Conclusivamente il mancato conseguimento di questi due parametri - 20 di anzianità e 625 euro mensili di pensione dal gennaio di quest'anno - spostano l'età per la pensione di vecchiaia immediatamente a 70 anni. Molti dei nostri immigrati è presumibile che non godranno di alcuna pensione e insieme al precariato nostrano avranno una forte motivazione a non pagare i contributi. Effetto devastante di una misura iniqua e non ponderata nelle sue ricadute sui conti dell'Inps.
Un'interessante sorpresa ci riserva tuttavia il decreto "salva Italia" al comma 11 dell'art. 24. Si prevede infatti che si possa anticipare l'età pensionabile a 63 anni, qualora si siano maturati 20 anni di contrbuzione e un valore di pensione pari 2,8 volte l'Assegno Sociale (euro 1.168,5 mensili). Riparametrando questa cifra con i criteri già adottati, risaliamo ad un area di lavoratori con stipendi annui a partire da 40.936 euro. Pensar male si fa peccato ma, o si prevede un'esodo di alte qualifiche già programmato, oppure si pensa ad una sia pure simbolica compensazione alla prevista (?) cancellazione dei vitalizi.
Giorgio Zubani




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