Un debito d'amicizia con Giovanni Repossi

L'improvvisa scomparsa del pittore Giovanni Repossi ha suscitato una vasta eco di cordoglio, testimoniata dall'affetto e dalla stima di cui era circondato sia come artista che come uomo. E anch'io vorrei portare la mia piccola testimonianza.
02/02/2012

L'improvvisa scomparsa del pittore Giovanni Repossi ha suscitato una vasta eco di cordoglio, testimoniata dall'affetto e dalla stima di cui era circondato sia come artista che come uomo. E anch'io vorrei portare la mia piccola testimonianza.
Nel febbraio dello scorso anno avevo fatto visita al pittore Giovanni Repossi, che stava terminando di dipingere il trittico della Crocifissione, opera che mi aveva affascinato per la capacità dell'artista di calare l'avvenimento dentro l'umano, opera che sembrava mai finire.
"Sai, diceva indicando due minuscole zone del dipinto, le devo ancora sistemare in questi punti". E su questa sua incontentabilità scherzavo aggiungendo: "Sarò convinto che questo dipinto lo considererai finito soltanto quando lo vedrò appeso in chiesa".
Poi, il nostro discorso si era fatto più colloquiale nel chiedere e nel rispondere, trasformandosi in una sorta di intervista di cui mi sono rimasti appunti che avrei voluto concludere successivamente in modo più completo.
"Che cos'è per te la pittura?"- gli avevo chiesto incontrando i suoi occhi azzurri.
"Cos'è per te scrivere?"- mi aveva risposto di botto. Alla mia replica, che la sua domanda non valeva come risposta, proseguiva: "Sto scrivendo parecchia roba, ma procedo per aforismi. Dipingere per me è un modo come lo è per uno scrittore di scrivere un libro. Per quanto riguarda i temi della mia pittura ci sono temi che amo riscoprire: il paesaggio, ad esempio, che per me aveva ed ha un particolare significato, un paesaggio senza la figura umana; inoltre, prediligo continuamente una rilettura dei grandi contemporanei".
"E il colore? Cosa mi dici del colore"- gli domandai lasciando la domanda molto indeterminata.
"Il rapporto col colore è legato al mio stato d'animo, di gioia, di dolore. Tendenzialmente nel colore che è mio c'è una tendenza un poco pessimistica".
"E la vita, cos'è la vita in riferimento alla tua arte?"- gli chiesi ancora.
"Io, quando parlo della mia vita parlo di un'infanzia e di un'adolescenza buona: ho avuto un padre che mi ha capito; i miei genitori mi hanno dato un'educazione di responsabilizzazione. Ho anche avuto amici importanti. Mio padre quando gli ho detto "voglio fare il liceo artistico" mi ha risposto: "ricordati che se vuoi fare questa professione falla molto seriamente e molto professionalmente".
"Non ti capita mai di pensare alla morte?"- buttai lì.
"Ci penso spesso. Può essere lontana, vicina. La accetto. Per me l'importante è morire senza soffrire. Vorrei essere ricordato come l'artista che ha affrontato il problema della pittura con le mie poche qualità, ma con serietà. Per me l'arte è una cosa sacra e non si gioca come fa qualcuno. Ho lasciato l'accademia anche per questo...".
Poi, parlammo di quando verso la fine degli anni Sessanta conquistò, con l'amico Oscar Di Prata, il secondo posto ad un concorso per realizzare una vetrata in un ospedale del trentino. Infine, interrompemmo la conversazione perchè nel frattempo, più lestamente del solito, era scesa la sera.
Ci siamo rivisti altre volte, ma quanto avevo scritto e che volevo rileggergli lo dimenticavo sempre.
Lo ricordo, oggi, in affettuoso dovere e debito d'amicizia: le sue riflessioni, la sua concreta testimonianza di vita nella bontà e nell'umiltà rendono onore al rigore e alla coscienziosità di un pittore che considerava l'arte un impegno di alta responsabilità da cui non ha mai derogato.
Prof. Giovanni Quaresmini




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