A proposito del progetto T3

Gentile direttore, nei giorni scorsi il quotidiano da lei diretto ha pubblicato, dandole risalto mediatico, un'interessante iniziativa della Statale bresciana.
10/02/2012

Gentile direttore, nei giorni scorsi il quotidiano da lei diretto ha pubblicato, dandole risalto mediatico, un'interessante iniziativa della Statale bresciana. Tale iniziativa, denominata T3 (Teaching teachers to teach), ha come obbiettivo l'aggiornamento dei docenti della Statale sulle moderne tecniche di insegnamento per permettere cosi un miglior apprendimento degli studenti bresciani. Tale corso di aggiornamento sarà tenuto da alcuni docenti statunitensi dell'Università del Michigan.
Da tempo come studenti denunciamo i metodi di insegnamento spesso inadeguati dell'università italiana e quindi sentiamo la necessità di un miglioramento della capacità di trasmissione del sapere da parte dei docenti universitari troppo spesso orientati al solo aspetto della ricerca. L'iniziativa della Statale risulta così ai nostri occhi significativa e al contempo lodevole, ma per onestà intellettuale non possiamo fermarci all'ottima pubblicità, che in quanto tale risalta esclusivamente gli aspetti positivi, fatta dai Prof. Pecorelli e Marioli e necessitiamo di interrogarci sia su alcuni aspetti del progetto sia, soprattutto, sulle reazioni della comunità accademica bresciana.
La prima critica riguarda la capacità di un docente italiano di relazionarsi con un suo parigrado inglese. Mi spiego meglio: chiunque abbia avuto modo di frequentare l'università italiana, di cui Brescia non è un'eccezione, si è potuto rendere conto del non eccellente livello di conoscenza della lingua inglese di coloro che frequentano l'università, dagli studenti ai docenti. Partendo da questa considerazione risulta difficile pensare sia che i docenti bresciani, tranne alcune eccezioni, possano apprendere in maniera esaustiva gli insegnamenti dei docenti dell'Università del Michigan, sia che un docente che non parli l'italiano possa valutare in modo serio ed esaustivo un insegnamento erogato in lingua italiana - considerando la conoscenza media della lingua inglese è difficile pensare che un docente italiano possa esprimersi al meglio nell'insegnamento non usando la propria lingua madre con il conseguente risultato di falsare la valutazione.
Proprio sotto l'aspetto della valutazione si apre la seconda critica al progetto portato avanti dalla Statale bresciana. Sono infatti note a tutti le profonde differenze di approccio culturale tra il sistema italiano e quello statunitense. Ogni sistema ha i propri pregi e difetti. Questo progetto di teaching però non ha come obbiettivo il mettere in discussione il nostro sistema di insegnamento, ma solamente dare nuovi strumenti e capacità ai docenti bresciani su come trasmettere le proprie conoscenze all'interno del sistema culturale e universitario italiano. Non ci si capacita così come possa un docente valutare, e correggere, le modalità di insegnamento erogate all'interno di un sistema di cui non ha una conoscenza approfondita.
Le due obiezioni sopra descritte sono state portate avanti da una parte consistente del corpo docente della Statale bresciana che, in particolare nel Consiglio di Facoltà di Ingegneria, ha esposto le molte riserve sul progetto fortemente voluto dal Rettore Pecorelli. Partendo da ciò si potrebbe aprire un lungo dibattito sulla reale democrazia presente nell'università italiana ed in particolare a Brescia, ma non è il tema della lettera.
Vorrei invece concludere ponendo l'accento sulle reazioni, aldilà delle critiche, della comunità accademica bresciana. Non è un caso se i primi 12 "allievi" sono dei ricercatori e non dei docenti di ruolo. I docenti hanno più volte rimarcato come, a loro parere, essi non necessitino di alcun aggiornamento o correzione nelle tecniche di insegnamento in quanto, essendo Professori, sono già per definizione in grado di insegnare. Hanno cosi dimostrato ancora una volta una scarsa capacità di autovalutazione e di saper innovare in primis se stessi in un mondo, quello accademico, che dovrebbe essere, per definizione, in perenne dinamismo.
Al contrario a mio avviso tale progetto, aldilà delle legittime critiche, dovrebbe essere rivolto obbligatoriamente, e non facoltativamente, ai docenti universitari di prima e seconda fascia tra quelli individuati dagli studenti, per esempio attraverso questionari anonimi, come deficitari nella capacità di trasmettere le proprie conoscenze. La finalità di tale pratica non è mettere in discussione le conoscenze accademiche del singolo docente, ma incentivarlo a migliorare le proprie competenze didattiche. In un mondo accademico dove nessuno ha mai imparato ad insegnare questi corsi di "aggiornamento" diventano una necessità e un obbligo per coloro che devono formare la futura classe dirigente del paese.
Ma questo episodio ci mostra come ancora una volta il mondo accademico italiano sia autocelebrativo e chiuso su se stesso e lontano dalla volontà di risolvere i problemi dell'università pubblica italiana.
Andrea Curcio
SENATORE ACCADEMICO
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BRESCIA




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