Il colpo di mano sull'Inpdap

Gentile direttore, come è noto, il cd decreto Monti del dicembre scorso ha congelato gli aumenti per costo della vita per le pensioni superiori a circa 1.400 euro mensili lordi.
15/02/2012

Gentile direttore, come è noto, il cd decreto Monti del dicembre scorso ha congelato gli aumenti per costo della vita per le pensioni superiori a circa 1.400 euro mensili lordi. L'iniquità del provvedimento è confermata dal fatto che le tanto vituperate "pensioni baby" risultano quasi tutte escluse dalla penalizzazione, mentre sono colpiti gli assegni frutto di lavoro per più decenni: una beffa autentica, non c'è che dire.
Ma il decreto Monti si è scatenato contro il pubblico impiego stabilendo un'età di pensionamento per vecchiaia più avanzata rispetto alla generalità dei lavoratori, e abolendo poi, per il personale civile, gli istituti dell'accertamento della dipendenza da causa di servizio del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell'equo indennizzo e della pensione privilegiata. La ciliegina sulla torta è però rappresentata dalla soppressione (con trasferimento all'Inps) dell'Inpdap, Istituto previdenziale per i vari comparti del pubblico impiego (esclusi però Inps ed Inail, i cui dipendenti sono sempre stati iscritti al regime generale, appunto, dell'Inps). Questo autentico colpo di mano solleva e solleverà vari interrogativi: una cosa era sopprimere un ente con pochi iscritti e pensionati, e un'articolazione nazionale; altra cosa è stata sopprimere un'entità con milioni di iscritti e pensionati, capillarmente diffusa sul territorio.
A Brescia c'è una rilevante questione logistica. La sede Inps di via Benedetto Croce è piena come un uovo, essendo stata edificata nella seconda metà degli anni Sessanta (oltre ad essere molto scarabocchiata all'esterno), ed è impensabile possa accogliere la massa delle attività dell'istituto soppresso di via Valle. Nel 1991 Eugenio Bodini, non ancora al vertice Aib, fece fuoco e fiamme contro l'ipotesi di una nuova sede provinciale Inps, pensata in via Orzinuovi: forse quest'ultima soluzione avrebbe reso la situazione attuale meno problematica.
A parte questo, non è pensabile che, dopo l'inserimento di tutti nell'Inps, i dipendenti delle amministrazioni pubbliche debbano pagare per il Tfr (per averlo dopo due anni e mezzo dalla fine del servizio e senza poter avere le anticipazioni previste fin dal 1982). Qui i Sindacati (confederali e autonomi) debbono ancora spiegare per quale motivo sono mancate da parte loro le dovute azioni di fronte allo scippo dell'indennità di fine servizio del pubblico impiego contenuto nella manovra finanziaria del maggio 2010.
Tale comportamento sindacale è stato di una gravità enorme se si pensa che, nell'impiego privato, il Tfr dovuto ai dipendenti costituisce un credito privilegiato nelle procedure di amministrazione controllata e di fallimento.
Non è pensabile che rimangano invariate le norme attuali sui controlli delle assenze per malattia, che vedono un particolare accanimento contro i dipendenti delle pubbliche amministrazioni. L'accanimento è testimoniato dalle ricorrenti statistiche sui Comuni, dove si mettono in piazza anche le più gravi malattie del personale. È chiaro che i Sindacati di categoria non hanno sviluppato le necessarie azioni contro il "brunettismo" (subendo la discriminazione sulle assenze per malattia). Si doveva rompere l'accerchiamento decretato dal governo Berlusconi nei confronti del pubblico impiego, attaccando categorie come Banca d'Italia, Regioni ordinarie e a Statuto speciale, Parlamento. Vedremo come sarà gestita la delicata partita della tutela delle prestazioni sociali garantite dall'Inpdap a iscritti e pensionati.
Salvatore Lattarulo
BRESCIA




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