L'addio a retaggi quasi medioevali
Gentile direttore, ritengo non possa sorprendere la strenua difesa del proprio privilegio da parte di chi ne gode, ma l'argomentazione secondo la quale le liberalizzazioni, di cui tanto si parla in questi tempi non modificheranno sostanzialmente le sorti economiche dell'Italia, pur in se fondata, mi pare debole.Gentile direttore, ritengo non possa sorprendere la strenua difesa del proprio privilegio da parte di chi ne gode, ma l'argomentazione secondo la quale le liberalizzazioni, di cui tanto si parla in questi tempi non modificheranno sostanzialmente le sorti economiche dell'Italia, pur in se fondata, mi pare debole.
In realtà, forse, le liberalizzazioni sono l'occasione propizia per demolire retaggi quasi medioevali che hanno, di fatto, originato cittadini di serie A e di serie B, sia in ambito privato che pubblico.
In questo senso è emblematica una recente intervista televisiva ad un notaio. Il giornalista incalzava con la semplicissima domanda: "Perché è necessario il numero chiuso per i notai?". L'intervistato, dopo un attimo di palese imbarazzo, ha balbettato che "
il numero chiuso garantisce professionalità in un così delicato ruolo".
Dal che viene da pensare che ad esempio i medici, che sono tanti, non garantiscano professionalità!?!
Un mio geniale compagno di scuola dell'obbligo si è laureato in giurisprudenza, ormai da trent'anni, alla "Normale" di Pisa (il che non è da tutti), con il massimo dei voti (che è da pochi!). Sulla scorta di tale "retroterra" ha intrapreso la necessaria gavetta per giungere a fare il notaio: era la sua aspirazione. Mal gli colse. Nonostante per diletto (e per mantenersi) scrivesse testi manualistici per il notariato italiano, pubblicati da primario editore specialistico, e tenesse conferenze in mezza Italia sulle medesime materie, mai superò il concorso nazionale per diventar notaio. Probabilmente fu questione di DNA: lui, figlio di un piccolo commerciante camuno, non poteva certo competere con l'impensata prevalenza genetico-dinastica dei figli di notai che,
innaturalmente, notai lo diventano a prescindere.
Oggi il mio vecchio compagno di scuola è un brillante e stimato professore universitario, ma evidentemente non poteva assicurare la necessaria professionalità tanto cara e garantita dai notai
figli di notai.
Questo la dice lunga su come le caste si difendono e si autoalimentano in Italia. Ma i notai sono solo una di queste caste. In ambito sanitario ve n'è una pletora. Sui farmacisti credo si sia detto tutto se non il fatto che, alle famiglie ed allo Stato, formare con studi universitari un ingegnere costa quanto formare un farmacista: ma, in questo secondo caso, non si capisce perché si debba investire tanto per formare un bottegaio. Infatti, la ricetta si chiama così perché una volta era una ricetta, cioè un attenta prescrizione medica cui il farmacista con pestello e mortaio doveva attenersi, in scienza e coscienza, per fornire il medicinale al paziente. Oggi un medico scrive il nome di un prodotto confezionato da una casa farmaceutica ed il farmacista consegna al cliente la relativa confezione, così come il bottegaio consegna la scatoletta di fagioli. Solo che i bottegai di questi tempi chiudono, i farmacisti no. E si è mai vista una farmacia in crisi!
Del resto se vi fosse, per esempio, un solo panettiere ogni 5000 persone, probabilmente nessuno di questi conoscerebbe crisi. Non è un privilegio? Ma per piacere!
Di più: se il figlio del bottegaio si laurea in farmacia e magari il padre ha capitali da investire, mica può aprire una farmacia! Tutt'al più può strapagare (unica bottega per la quale l'avviamento ha ancora valore) la rarissima farmacia messa in vendita, altrimenti il figlio farmacista andrà a lavorare da stipendiato in una farmacia
che è un bel passo avanti dall'epoca, neppur troppo lontana, quando in farmacia ci stava la commessa mentre il farmacista faceva le ferie. Magari a Cortina.
Anche in ambito pubblico, quanto a caste, è noto, non si scherza. Tra queste quella sanitaria, ancora una volta, si distingue ed il riflesso sui costi di questo settore sono altrettanto noti a tutti coloro che non vogliono mettere la testa nella sabbia, ma che purtroppo sembrano ancora la maggioranza.
Infatti, qualcuno dovrebbe spiegarmi perchè un medico assunto da un'ASL, è un dirigente dal primo giorno per il solo fatto di essere medico e, mal che gli vada, guadagna quasi il quadruplo di un ingegnere appena assunto dal medesimo ente? Quest'ultimo infatti non è un dirigente per il solo fatto di essere ingegnere. Non solo, ma l'ingegnere ha pure l'obbligo di "fedeltà", per cui non può svolgere legalmente alcun altro tipo di attività remunerativa, invece il medico può far visite private, magari sfruttando le strutture ospedaliere e talvolta a nero: lo sappiamo tutti!
La conseguenza di tale disparità di trattamento tra dipendenti dello stesso "padrone" pubblico - pur con titoli e carriera universitaria paragonabile in termini di difficoltà e di investimento - spiega la palese assurdità per la quale una ASL (il dato è riferito a quella di Valle Camonica, ma nelle proporzioni può riscontrarsi anche altrove) abbia un migliaio di dipendenti di cui quasi uno su quattro é un dirigente: cioè un dirigente ogni quattro dipendenti
ma cosa dirige?
Potrei proseguire quasi ad oltranza, ma non vorrei sembrasse io sia arrabbiato con qualcuno, quando invece capisco le levate di scudi di chi, generalmente incolpevole, si ritrova favorito da leggi, norme, trattative sindacali e clientelismi insipienti, e teme di veder ridimensionati i propri privilegi.
Dico anzi che se fossi in loro, farei lo stesso!
Ma è altresì comprensibile che finalmente, a livello governativo, si affrontino tali questioni con la prospettiva di riequilibrare sistemi discriminatori, potenziali fonti, soprattutto in momenti di difficoltà economica, di tensioni sociali e generazionali, perseguendo l'equità, che è pilastro di ogni forma di società democratica che tale vuol rimanere.
Silverio Antonini
PIANCOGNO
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