Sfogo amaro della prof: «Togliamo il disturbo, liberi di non studiare»

PAOLA MASTROCOLA
05/04/2011
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Paola Mastrocola, insegnante, autrice di Togliamo il disturbo

Dice Paola Mastrocola: «Forse siamo diventati troppo ricchi per permetterci di studiare». Professoressa di lettere nel biennio iniziale di un liceo scientifico a Torino, l'autrice di Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda) si ricorda quando era una ragazzina studiosa che frequentava il classico e amava moltissimo leggere, tanto che aveva trasformato una mensola per piatti in scaffale. I libri, in casa, arrivarono con lei. La sua non era una famiglia ricca, ma della piccola borghesia. Il suo papà era diventato ragioniere frequentando i corsi serali, ma citava Dante a memoria; la mamma faceva la sarta. Le idee di Paola Mastrocola — chiare — le vengono dall'amore per la conoscenza e per una scuola che sappia trasmetterla. Le idee della ragazza che era, quella che collezionava gli Oscar Mondadori, man mano che uscivano, a 350 lire l'uno.

E i ragazzi di adesso?
Sono carini, gentili, ma scolasticamente non educati: non sanno assolutamente cosa voglia dire prendere appunti, studiare. Chissà cosa avranno fatto alla scuola dell'obbligo, forse saranno stati piacevolmente intrattenuti. Ma a quindici anni non c'è assolutamente bisogno di matèrnage, la persona dovrebbe essere formata per poter applicarsi veramente. Allora io m'indigno, e a ragione, costretta come sono a fare i dettati ortografici ai liceali.

In classe i suoi alunni prestano attenzione, sono interessati?
Tra i banchi noto anche una certa partecipazione. È a casa che non aprono libro. Ostentano un abbigliamento curatissimo: la catenina, l'orecchino, la felpa nuova fiammante e così tutto accordato, nuance su nuance. Ci vuole tempo per acconciarsi così, tempo sottratto allo studio. Si sa che studiare è una costrizione, stare in una stanza possibilmente soli e leggere e ripetere e pensare finché non si assimila. Ma sono le cose difficili quelle che danno maggiore soddisfazione — Kant o la fisica — e fanno raggiungere ciò che io definisco felicità mentale.

La famiglia incita i ragazzi allo studio?
Una volta la famiglia invitava ad applicarsi. Adesso anche gli adulti sono alla ricerca del piacere. Come può un ragazzino leggere un testo che gli ho assegnato se me lo portano tutti i fine settimana a sciare?

Lei ha scritto poesie, poi saggi sul Trecento e sul Cinquecento, La gallina volante (Premio Calvino 1999) e i libri che poi sono seguiti a ruota , tranne Palline di pane, hanno avuto sempre per tema questa scuola che stava andando a rotoli, fino al pamphlet La scuola raccontata al mio cane. Quest'ultimo saggio, Togliamo il disturbo, cos'è, una resa?
Non voglio trascinare persone dove non vogliono andare, a fare cose che non vogliono fare: ognuno scelga la vita che vuole avere.

Il suo saggio è stato contestato da sinistra...
Una sinistra vecchia, superata, ancorata a idee che non funzionano più. Forse sarà stato per gli strali che ho lanciato contro il ministro Luigi Berlinguer. O forse perché non è stata capita correttamente la mia critica non tanto a don Milani quanto al donmilanismo che ne è seguito. La scuola di don Milani andava bene 45 anni fa, quando si trattava di istruire dei figli di contadini, poverissimi. Adesso è il contrario: si ha a che fare con dei ricchi e viziati figli della medio-alta borghesia che non aprono un libro e che scelgono il liceo scientifico perché è un buon compromesso: non è difficile come il classico (non c'è il greco), ma è pur sempre un liceo; fa fine e non impegna.

Ma cosa vuol dire esattamente con «togliere il disturbo»?
Lasciare tutti liberi, attribuendo però a ciascuno la propria responsabilità. Ora sembra che studiare non abbia più senso perché tanto c'è internet, il progresso tecnologico.

Allora studiare non serve più?
Al contrario bisogna tener duro sullo studio astratto, su materie apparentemente inutili e poco immediatamente spendibili come letteratura, filosofia e algebra, che aiutano la strutturazione del pensiero.

Ma la scuola va in questo senso?
La scuola sta diventando, purtroppo, tutta un'altra cosa: non è più un luogo di cultura, ma solo un parcheggio a tempo pieno, meglio se pienissimo, in cui si delega agli insegnanti ogni tipo di educazione (alimentare, stradale), in cui si insegnano solo più metodi e si impara, se va bene, a imparare.

Scuola facilissima ma democratica?
La scuola di massa in realtà è antidemocratica, perché penalizza proprio i deboli, quelli che vengono da famiglie svantaggiate e avrebbero diritto e bisogno di un livello altissimo di studi. Gli immigrati rumeni, per esempio, che a scuola sono bravissimi, si meravigliano del nostro sistema scolastico che trovano eccessivamente lasso.

Ma c'è un rimedio per non far diventare i nostri figli dei consumatori incapaci di pensare?
Bisognerebbe creare una scuola dell'obbligo fino ai 14 o ai 16 anni veramente tosta, da cui si uscisse capaci di leggere, scrivere, esprimere correttamente il proprio pensiero, conoscere un po' di matematica, apprezzare l'arte e la musica. Poi, forti di questi strumenti e seguendo le inclinazioni individuali, si potrebbero continuare gli studi in quelle che io chiamo K scuole, dove k sta per knowlege, conoscenza: una specie di licei umanistici. Per chi si sente portato a un lavoro e avesse una buona manualità dovrebbero essere create delle W scuole (da work, lavoro) e infine le C scuole, da communication, comunicazione per fornire competenze tecnologiche, internet e lingue.

Alessandra Milanese




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