«Non sarò il Dr. House in eterno, ma il blues lo suonerò per sempre»
HUGH LAURIE
Ogni attore «deve indossare una maschera», dice Hugh Laurie, «e nascondere se stesso. La mia maschera si chiama dottor House. Ma per sapere chi sono veramente, basta ascoltare il mio disco Let them talk». L'attore inglese, il più pagato della tv americana per il suo ruolo di medico misantropo nella serie Dr. House, a 51 anni esordisce come cantante con un album di blues di New Orleans e per il suo debutto live a Londra, la sua città, dove lo intervistiamo, ha scelto la Union Chapel, una chiesa dei primi dell'Ottocento.
Allora, dottore, ci dica: paura del palcoscenico?
Un po'. Recitare aiuta ma sono sempre nervoso, prima. Anche sul set mi succede lo stesso. Ma mi va bene così: non voglio perdere il mio nervosismo. So che sto facendo una cosa sbagliata, ma non devo dare giustificazioni a nessuno.
Lei non è il primo attore che si propone anche come musicista: ci sono stati Bruce Willis, Steve Martin, Tim Robbins, Kevin Costner...
Prima di iniziare a registrare il disco non sapevo che ce ne fossero stati così tanti. E infatti quando mi hanno proposto di fare un album, ho detto subito di no. Insomma, non ho le credenziali per fare musica... Poi ho pensato che avrei rimpianto questa occasione per tutta la vita. E allora non me ne importa degli altri. Lasciamoli parlare, let them talk».
Certo, lei non ha scelto un genere contemporaneo. Canta blues di New Orleans vecchio di cent'anni!
E che ci posso fare? Questa è la musica che amo da sempre. Non ascolto il pop e seguo poco il rock. Il mio eroe è Allen Toussaint, il pianista della Louisiana che ha arrangiato il mio disco. Lui è il Papa di New Orleans - detto senza offesa ai cattolici. E il bluesman Lead Belly, di cui canto un paio di brani, è un vero genio; un cantautore superiore a Bob Dylan.
In realtà lei cantava blues anche in un programma comico della Bbc, vent'anni fa, giusto?
Mi pento di averlo fatto. Era una scenetta tanto per far ridere, anche se suonavo davvero. Purtroppo non avevo il coraggio di essere onesto con me stesso, al tempo, e creavo dei siparietti per poter proporre la musica che amavo. Forse dovevo fare questo disco allora... O forse è giusto che l'abbia inciso oggi.
Diciamo la verità: se lei non fosse Gregory House, non glielo avrebbero fatto fare...
Diciamo che oggi non lo avrebbero fatto fare a nessuno, un disco di blues anni Venti-Trenta! Se non ci fosse stato House, non saremmo neanche qui a parlarne.
Forse il disco e I concerti sono un modo per sfuggire al dottore... O no?
No. Amo il personaggio di House, sono fiero dei risultati che ha ottenuto la serie tv e mi fa ancora ridere, quando lo rivedo. Ma non potrò recitare la parte di House per sempre. Prima o poi, lo show finirà. Ma la musica, quella non smetterò mai di suonarla. Certi bluesman sono saliti sul palco anche a 70, 80 anni. Gregory House scomparirà, un giorno, ma la musica è per sempre».
Per noi italiani sarà una sorpresa sentire la sua vera voce, visto che Dr. House è doppiato.
Già, è vero... E la mia voce italiana com'è? Spero non tanto diversa dalla mia... La prima volta che ho sentito Clint Eastwood in francese, non mi è piaciutoe. Gli hanno messo un vocione da macho, e invece il fascino di Clint viene dal contrasto tra la sua voce quasi effeminata e i suoi modi virili. D'altra parte, la mia voce mentre canto è diversa da quella che uso quando faccio il dottore. Insomma, sono davvero me stesso».
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