Dalla legge alla psiche: «Il nuovo romanzo indaga le insicurezze»
GIANRICO CAROFIGLIO
Nel nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, magistrato, scrittore e dal 2008 parlamentare, intitolato Il silenzio dell'onda (Rizzoli) l'avvocato Guerrieri, protagonista dei legal thriller con cui Carofiglio è diventato famoso, lascia posto a Roberto Marias, maresciallo dei carabinieri che è venuto a contatto con il male e ne è stato travolto fino a essere tentato dal suicidio. Sospeso dal servizio, cercherà di ritrovare il suo equilibrio nelle cadenzate sedute di una psicoterapia bisettimanale che diventano il centro del suo mondo. Ma aspettando un appuntamento dello psichiatra incontrerà Emma, anche lei una paziente.
Come riesce a coniugare la sua attività di parlamentare con la scrittura (un libro all'anno!) e con le conferenze in giro per l'Italia a presentare i suoi romanzi?
Le presentazioni mi aiutano a stare più vicino alla gente: i politici soffrono del disagio grave di un netto distacco dalle persone. Per quanto riguarda il mio lavoro di scrittore, riesco a usare tutti gli interstizi di tempo. La confusione, i rumori non mi fanno perdere la concentrazione. Poi mentre gli altri giocano a golf o guardano il cielo, io scrivo. Comunque metto nella mia vita delle priorità e al primo posto va il lavoro per cui sono pagato. Mi avevano invitato in Russia a una fiera letteraria, ospite d'onore. Quello stesso giorno si doveva votare in Parlamento la fiducia per la manovra e io ho prontamente, seppur molto amaramente, rinunciato al viaggio.
Scrivere quasi un libro all'anno non le fa temere che il suo stile si raffazzoni un po'?
Tutto si può dire dei miei romanzi tranne questo. L'ultimo, Il silenzio dell'onda, è stato scritto sei volte.
Come mai è sbocciato così tardi alla scrittura, nel 2002 con Testimone inconsapevole?
La voglia di scrivere c'era sin da quando ero bambino, ma c'era anche la paura di non riuscire. Così nel 2000, quando ho avuto un periodo in cui mi sembrava mi cadesse tutto il mondo addosso, mi sono buttato. Non saprò mai se quello fosse un momento di depressione o un segnale inconscio che mi metteva in quella condizione. Avevo più di quarant'anni, la vita non è infinita: dovevo scrivere. Allora o mai più.
Quali sono i suoi rapporti con il personaggio che l'ha fatta amare, l'avvocato Guerrieri?
Ciò che ci fa essere in rapporti cordiali sono alcuni punti di contatto. Per esempio, il suo essere contradditorio: ironico e malinconico. Il continuo dialogo interiore e l'etica.
Poi, però, lei si è scostato dal filone giudiziario con un bellissimo romanzo, Il passato è una terra straniera, la storia di due giovani amici, uno il lato oscuro dell'altro, che le ha fatto vincere il Bancarella nel 2005...
Sì, ed è stato il mio romanzo più impegnativo e più doloroso, che si avvicina, idealmente, a Il silenzio dell'onda, perché mostra quanto è labile il confine tra il bene e il male.
Pensa si possa essere contagiati dal male, come succede al suo nuovo protagonista?
Penso si possa scivolarvi inconsapevolmente, il male è comune, banale. Amo molto un testo della filosofa Hannah Arendt che dimostra come anche i criminali nazisti potessero essere uomini comuni: si intitola La banalità del male.
L'avvocato Guerrieri, come lei, ama leggere ed è musicologo. Il suo nuovo personaggio, Roberto Marias, non entra mai in una libreria, non frequenta cinema e teatri, non s'intende di musica. Come mai?
Volevo costruire un personaggio tutto diverso da me, vederlo affacciarsi sul mondo della cultura e restarne affascinato. Trovavo il processo interessante. Marias è tentato dal suicidio: un fatto che non si compie, come tanti altri, per un battito di ali del destino. Gli ho attribuito una certa inclinazione alla malinconia, che riconosco come mia, un'azione mancata. Ma anche il poter scegliere la cosa giusta, la possibilità dolorosa del cambiamento. Proprio nell'intervallo tra una seduta e l'altra di psicoterapia incontra Emma, ex attrice dal talento ordinario e che perciò ha dato una svolta alla sua vita e su cui pesa il logorante senso di colpa per una morte. Mi è piaciuta l'idea di due solitudini, di due sofferenze che s'incontravano. Che si davano vicendevolmente lo slancio verso l'ultimo metro per il recupero di se stessi. Mi è parsa molto attendibile la scansione, l'abitudinarietà, l'attenzione per la scelta particolare di una camicia, la preparazione di un cibo, le ipnotiche e lunghissime passeggiate per Roma che il protagonista autogestisce per tentare di guarire. È uno stato d'animo che ho provato e in cui mi sono immedesimato. Ci vuole molta disciplina e routine nei momenti di precarietà mentale.
Anche la figura dello psichiatra è ben riuscita...
Si tratta di una psicoterapia, attenzione, non di una psicoanalisi. Io poi volevo rivelare appieno Roberto, fin qui molto ligio alle regole; far saltare tutte queste regole, rivelando la sua umanità e la sua fragilità che aiutano a risolvere il caso. Anche se avrà ancora parecchia strada da fare.
Nel libro ci sono anche il bambino Giacomo, che vive a tratti in un mondo parallelo, e il bebè mai nato. Cosa vogliono rappresentare?
Un mondo onirico che può aiutare a risolvere i problemi. Ho cercato di lavorare molto sul rapporto padre-figlio, che spesso si sovrappone ed è molto difficile. La famiglia è sovente luogo di rapporti dolorosi.
Il surf che Roberto praticava da bambino insieme al padre e che riprende nell'ultima pagina è simbolo di ritrovato equilibrio?
È certamente sinonimo di un riscatto, ma non definitivo. L'equilibrio non è mai definitivo: è come l'onda del surf che ti avvolge, a volte ti sommerge per poi risputarti all'aria e alla luce.
Alessandra Milanese
Tweet