Suor Carla Brienza
«Così sono
sopravvissuta
alla strage di Kiremba»
La missionaria brescianaricorda il tragico assalto
alla missione in Burundi
Se non fosse per le mani fasciate e impossibilitate a stringere altre mani,
potrebbe essere una qualsiasi paziente ricoverata per cure. Invece, oltre la
porta sulla quale fa bella vista un perentorio «visite proibite», c'è suor
Carla Brianza, Ancella della Carità, missionaria in Burundi in servizio
all'ospedale di Kiremba, sopravvissuta alla violenza assurda e tragica
ordita da due giovani dispertati alla ricerca di danaro.
Sono passati dieci giorni da quella notte. «Era domenica sera, una
tranquilla domenica sera - racconta suor Carla -. Poi la luce che si spegne,
il nostro tentativo di rimettere in funzione il contatore, l'improvvisa
apparizione di quei due banditi armati di fucile, pistola e coltello, le
minacce, le spinte sempre più forti e cattive, gli spari, suor Lucrezia che
esce spaventata dalla sua stanza e cerca di convincere i due ad andarsene e
riceve in cambio una pallottola mortale, Francesco Bazzani che è arrivato
per aiutarci a risolvere il problema delle luci e che viene obbligato a
mettersi al volante della nostra auto, io brutalmente spinta sui sedili
posteriori, le nostre giovani aspiranti religiose inorridite e
impossibilitate a muoversi...».
Suor Carla respira profondamente, socchiude gli occhi, non riesce a
trattenere una lacrima. «Le urla di quei due giovani disperati non smettono
di impressionarmi e di bussare alla mia porta», rivela.
E' DIFFICILE dimenticare quel che è successo nella notte tra il 27 e il 28
novembre sotto il cielo stellato di Kiremba. Suor Carla, con la serenità che
solo le anime consacrate a Dio sanno avere, riflette, propone riflessioni
amare e dice: «Continuo a chiedermi e a chiedere: perché è successo? Perché
la violenza si è impossessata del cuore di quei giovani? Chi ha armato le
loro mani?».
Suor Carla è nata a Pontoglio, sponda bresciana del fiume, 68 anni fa. I
suoi genitori la battezzarono con il nome di Lucia, forse per augurarle un
futuro pieno di luce e di sorrisi. Ma non immaginavano di doverla offrire al
convento delle suore Ancelle della Carità, che lì in paese si occupavano di
anziani, della parrocchia e dell'oratorio. Invece, Lucia il giorno della
Prima Comunione disse alla mamma che voleva diventare suora. Più tardi, dopo
l'incontro con le Ancelle dell'Ospedale di Palazzolo, rinnovò l'impegno.
Studio e preghiera diventarono il pane dei suoi giorni; la famiglia dovette
solo assecondare la sua volontà. A 22 anni fu accolta nella Casa Madre delle
Ancelle. Dopo altri due anni di preparazione Lucia fu ammessa ai voti e
assunse il nome di suor Carla. La sua avventura religiosa iniziò a Cremona,
proseguì a Roma (a Villa Giuseppina, casa di cura per malati di mente, dove
rimarrà per 17 anni) e poi a Lumezzane (alla Poliambulanza, superiora della
comunità e direttrice dell'ospedale) per altri 7 anni. Poi, di fronte a
Madre Carmela Zaninoni, la Superiora Generale, che su sollecitazione del
vescovo Giulio Sanguineti cercava una suora da inviare all'ospedale di
Kiremba, in Burundi, suor Carla, con semplicità e determinazione disse: «Se
vuole, io sono pronta a partire».
NELL'OTTOBRE 2001, dopo un periodo di preparazione, a suor Carla di
Pontoglio, a suor Lucrezia della Croazia e a suor Antonietta di Pisa fu
consegnato il Crocifisso e affidato il mandato missionario. Il 7 gennaio
2002 le tre suore partono per il Ruanda dove, nella casa di Butare,
preparano la trasferta in Burundi. Il 16 marzo 2002, accompagnate da don
Flavio Saleri, direttore dell'Ufficio Missionario Diocesano, arrivano a
Kiremba.
«Da quel momento divento suora due volte: Ancella della Carità e Ancella
missionaria - ricorda suor Carla -. Non sono sola, però: con me ci sono suor
Lucrezia, un'anima generosa e paziente, pronta ad aiutare e a piegare le
ginocchia per pregare, e suor Antonietta, entusiasta e felice. Insieme
affrontiamo una realtà fatta di povertà assoluta, di bimbi che piangono e si
disperano, di mamme che non ce la fanno a soddisfare anche le più piccole
necessità. Nell'ospedale costruito dai bresciani in omaggio a Papa Paolo VI
e che gli anni della guerriglia hanno ridotto a poca cosa c'è un solo
medico. Sono anni difficili e dolorosi. Facciamo quel che possiamo con ciò
che la Divina Provvidenza mette a disposizione».
Suor Carla, dicono che quando non avevate niente da offrire inventavate
qualsiasi cosa potesse essere utile...
«E' vero. E non so come facevamo. Io mi occupavo degli adulti ammalati e
degli anziani; suor Lucrezia attirava a sé i bambini, tanti bambini,
impossibile contarli tutti; suor Antonietta curava il dispensario. C'era
bisogno di tutto e non avevamo niente. A volte dovevamo fare miracoli con un
pugno di riso, qualche goccia di latte e una vitamina recuperata tra i
medicinali scartati dai popoli del benessere...».
Nel 2005, però, la situazione improvvisamente cambia...
«Sì, nel 2005 il Burundi conosce finalmente la pace. Il popolo vota, sceglie
la democrazia, respira aria nuova. Anche Kiremba, poco a poco, si trasforma.
L'ospedale riprende vigore, inizia la ricostruzione di ciò che la guerriglia
ha distrutto, rinascono le capanne e fioriscono nuove semplicissime casette.
Noi, insieme ai sacerdoti missionari, riprendiamo le visite alle comunità:
andiamo a portare la Buona Novella, ma anche a distribuire medicine e
qualcosa da mangiare. Arrivano i volontari, crescono le generosità lontane:
da Brescia le nostre suore mandano tutto ciò che possono; da Verona l'Ascom,
la Onlus in cui operava Francesco, arrivano aiuti e mani generose; dal mondo
della solidarietà arrivano cospicui contributi, grazie ai quali riusciamo a
inventare una cucina che sforna un pasto al giorno - riso, fagioli, legumi,
banane - da distribuire ai tanti che bussano alla nostra casa. Noi suore ci
chiamano "mama Carla, mama Lucrezia e mama Antonietta". E’ un piacere
sentirci chiamare per nome!».
Tutto bello, buono e generoso...
«Proprio così. E senza neppure un'ombra o una nube».
Come si spiega, allora, la violenza del 27-28 novembre scorsi?
«Me lo sono chiesto tante volte in questi giorni. Ma non ho trovato
risposte. Più ci penso, più sono convinta che si è trattato di un episodio».
Possibile che non vi sia stata una qualsiasi avvisaglia di pericolo?
«A settembre, dopo aver partecipato al Capitolo Generale, trovai tra i
giovani di Kiremba qualche segno di indifferenza, niente di più. Pensai
fosse colpa delle preoccupazioni: lavoro scarso, possibilità di vivere
sempre compromesse, lontananza dalle città...».
Invece, quei due giovani banditi sono venuti a dirvi che il fuoco covava
sotto la cenere.
«Continuo a credere che si sia trattato di un gesto isolato, anche se
violento e tragico».
Lei ha visto morire suor Lucrezia e Francesco, vittime innocenti...
«Io li ho definiti nuovi martiri cristiani, lì per regalare amore e vita.
Uomini malvagi li hanno uccisi. Il Dio delle consolazioni li ha presi subito
con sè in Paradiso».
Lei si è salvata. Non le pesa questo ruolo di sopravvissuta?
«Dicevo ai banditi: prendete me, prendete me... Mi hanno spinto in auto. Più
tardi, durante la fuga, quando i banditi hanno visto i poliziotti che li
aspettavano, uno gridava a Francesco di andare più forte, l'altro gli diceva
di fermarsi. Io mi aggrappavo alla Misericordia di Dio. Poi hanno fatto
scendere Francesco dalla macchina e uno di loro gli ha sparato nella
schiena. Gridavo: smettetela! Uno voleva il fucile al quale mi ero
aggrappata: le mie mani si rifiutavano di ubbidire. Allora l'altro ha preso
il coltello e ha iniziato a menare fendenti sulle mie dita. Poi sono
fuggiti, forse impauriti dai poliziotti che si avvicinavano. Sono andata a
vedere Francesco: aveva il viso appoggiato all'erba, era morto. Avrei voluto
morire con lui e con suor Lucrezia. Continuerò a vivere per realizzare ciò
che insieme avevamo sognato: una società più giusta, un'Africa finalmente
capace di guardare al futuro con qualche ragionevole speranza, un mondo di
pace e di giustizia».
Ma a cosa serve sognare se poi bastano due banditi per rimettere tutto in
discussione?
«Niente di ciò che è stato fatto è in discussione. Bisognerà ripensare e
riflettere: per ripartire, non per abbandonare».
E lei, suor Carla, ripartirà?
«Devo ritrovare forza e serenità. Ma ho il Burundi nel cuore e Kiremba nella
mente. Rivedo suor Lucrezia tra i bambini e vorrei prendere il suo posto.
Sogno case e lavoro per i miei giovani. Vorrei dire alle mamme che non sono
sole».
Insomma, vorrebbe dimostrare che la speranza non muore mai...
«Vorrei soltanto dimostrare che le ragioni della speranza sono ben più forti
e solide delle ragioni della disperazione».
E ai giovani che non vedono futuro cosa vorrebbe dire?
«Non abbiate paura, guardate con fiducia a chi cammina al vostro fianco, che
con voi cerca verità e giustizia. Siate generosi, esercitate solidarietà. Se
incontrate qualcuno che è felice condividete la sua felicità, se invece non
è felice aiutatelo a essere felice. Potete farlo qui o in Africa o in
qualsiasi altro posto del mondo. Ma per favore, fatelo».
Suor Carla ci confida che sente la presenza di suor Lucrezia quasi fosse il
suo nuovo Angelo Custode. «E' qui alle mie spalle e mi protegge», dice. Suor
Lucrezia riposa nel Campo Santo di Spalato, in Croazia. La sua Africa,
adesso, è affidata a chi avrà il coraggio di ripartire o di partire.
Il quadro di George Braque che sta accanto al letto d'ospedale di suor Carla
raffigura due colombe di pace che volano in un immenso cielo azzurro. Suor
Carla non lo dice, ma già conta i giorni che la separano dalla sua Kiremba.
Luciano Costa
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