La grande festa di Orfeo. «L'arte aiuta a vivere e ad affrontare l'ignoto»

DACIA MARAINI
07/01/2012
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Dacia Maraini, in libreria con l’autobiografico

Dopo una vita di scrittura, premi come il Campiello e lo Strega, Dacia Maraini licenzia un testo autobiografico. Un mémoire che non ricerca la perfezione: frasi lunghissime, citazioni volutamente naives, parentesi che non si chiudono, dialoghi frammentari con l'amica filosofa, Josepha, che le fa da mentore. Il libro si intitola La grande festa (Rizzoli). Dacia Maraini parla con se stessa, s'interroga sul valore del ricordo, sulla morte. Compie un'indagine onirica per affrontare la paura del dopo. Un libro per cullarsi durante le lunghi notte d'insonnia, per curarsi le ferite. Alla fine giunge a una conclusione salvifica: l'arte menda tutto.

Leggendola, si intuisce che ama molto la parola. Ha intitolato anche un suo libro Amata scrittura: fin da piccola pensava di diventare scrittrice?
Vengo da una famiglia di scrittori. Mia nonna inglese scriveva romanzi, mio padre scriveva, mia sorella pure. Scrivere era in casa prassi quotidiana. Ho cominciato a tredici anni sul giornalino della scuola.

Ha scritto molto. Con successo. A quale delle sue opere è più affezionata?
Sempre all'ultima. Adesso a La grande festa: ci ho messo tre anni a completarla, ma scrivevo tutti i giorni. Scrivere è il mio lavoro. È un lavoro. Ho scritto anche poesie e testi teatrali. Mi considero, comunque, una romanziera. Una romanziera che, di tanto in tanto, scrive poesie.

Perché ha intitolato il suo libro La grande festa?
Sono parole rubate a Philippe Ariès di Storia della morte in Occidente. Lo storico e filosofo francese ricorda come nell'approssimarsi a quella «grande festa» che è la vita dopo l'esistenza terrena, le società precapitalistiche avessero concepito un momento liturgico in cui si richiamavano alla memoria, una a una, le persone care. Il senso è più che evidente: sancire una continuità tra quello che passa e quello che resta. Oggi quasi tutte le morti avvengono in ospedale, dove sei un numero, una cosa anonima. Dalla morte-evento sociale si è passati a un evento nascosto, rimosso, nella solitudine. È anche uno spettacolo che turba, pornografico: si è intubati, infilzati da tubi e cannucce. La Chiesa ha un ruolo in tutto questo. La Chiesa contraddice se stessa: la Chiesa che sta dalla parte della natura, che proibisce gli anticoncezionali perché tutto deve avvenire naturalmente, poi di fatto accetta e incoraggia l'accanimento terapeutico. Eppoi non è finita. L'esposizione del morto non mi piace: noi si può guardarlo, lui non può. Non c'è reciprocità. Meglio coprirlo. E i moderni cimiteri, le colombaie... Mi fanno orrore. Il morto va affidato alla terra, che è sacra. Cosa sono questi agglomerati di cemento? Ricordo il cimitero di Harvard dove ho insegnato — era un giardino — e i cimiteri nordici, con l'erba, i fiori, i giocattoli per i bambini.

Racconta di essere timidissima, ma la sua amica Josepha le fa notare che si tratta di paura.
Sono sempre stata molto timida: ero una bambina muta, poi col tempo ho dovuto imparare a esprimermi. Mi ha aiutato molto il teatro, ma ho ancora attacchi di panico.

Davvero i suoi morti (sua sorella minore consumata dalla malattia, suo padre, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, infine il suo ultimo giovane compagno, stroncato dalla leucemia) le appaiono continuamente in sogno?
Li incontro in una terra più libera, affettuosa, aperta, e sono vivi, vivi. C'è Alberto che si fa fare le camicie colorate in madras, Pier Paolo che gioca a calcio con leggerezza e agilità, i bei muscoli tesi, Maria Callas con la sua ingenuità che mi chiede se lui potrà mai amarla (e io le rispondo che sì, lui la ama)....

Lei ha perso anche un figlio.
Sì, era un maschio, non aveva voglia di venire al mondo. Arrivato al quinto mese, ha cominciato a premere sulla placenta, il suo cuscino di alimentazione, ed è morto. Quel figlio morto quando ero ancora molto giovane mi ha tolto per sempre la possibilità di generare. Sopravvivere ai propri figli, ai propri figli non nati, crea un grande svuotamento. Non si può celebrare neppure quel rito laico, «la grande festa», perché i ricordi non sono condivisi. La maledizione biblica, «partorirai con dolore», si è trasformata per me in una condanna più atroce e senza possibilità di replica: «Donna, non partorirai».

Cosa c'è dopo la morte?
Vorrei che ci fosse un dopo, come vorrei che ci fosse eternità. In realtà, come tutti, non so nulla, ma mi nutro dell'immagine poetica di un bel giardino, ricco di piante, di frutti, di fiumi pescosi.

Cos'è per lei il tempo?
È misteriosissimo. Può trascorrere brevissimo e sembrare eterno. Dipende dalla nostra sensibilità, si disegna sulla nostra pelle. Certo è che quello che ci è concesso è limitato. Lo scorrere del tempo non mi angoscia, ma è connesso alla perdita, alle persone che perdiamo. Per questo è doloroso.

Perché porta come paradigma dell'uomo di fronte alla morte il mito di Orfeo ed Euridice?
Lui scende nell'Ade per riportare in vita i morti e con il suono della sua lira seduce Caronte, Cerbero e le Erinni. Riletto in questa prospettiva, il nostro conto con la morte diventa un'esplicita dichiarazione sul valore dell'arte. Accenno, nel libro, a un testo di Antonia Arslan, Isthar 2, in cui racconta come in sala rianimazione sia tornata alla vita ricordando a fatica, in modo frammentario. i versi di una poesia. Ecco: la poesia, la musica, la letteratura con grande tenerezza tolgono l'aspetto lugubre e pauroso della morte e creano l'unico legame possibile tra i vivi e i morti. È la confessione della mia vocazione: scrivere, parlare, dar voce, continuare un dialogo.

Alessandra Milanese




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