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Liquami nei corsi d'acqua: è allarme nella Bassa
POMPIANO. Sotto accusa un grande allevamento di maiali, preoccupazioni per le infiltrazioni nelle faldeL'Arpa: «I reati sono stati segnalati alla Procura». E la Provincia: «Stiamo analizzando la pratica per il rinnovo». Coldiretti: «Condanna per chi agisce fuori dalle regole»
Chilometri di vasi irrigui ricolmi di reflui suini, centinaia di migliaia di litri, migliaia di metri cubi. Non siamo in un girone dantesco, ma in un paese della Bassa, Pompiano. Proprio qui, nel cuore della sua bella campagna, dove se scavi tre metri salta fuori l'acqua, c'è un allevamento suinicolo di quasi 20mila capi: negli anni sono state diverse le notifiche di reato dell'Arpa finite poi sul tavolo della procura della Repubblica di Brescia. Tutte per sversamento illecito di reflui.
NEGLI ANNI MIGLIAIA di metri cubi di liquami sono finiti nella bella roggia Cesaresca, che scorre a pochi metri dall'azienda agricola. Reflui che sono responsabili dell'inquinamento da nitrati delle falde; nitrati che sono tossici per la salute umana. Ma nonostante questo sconcertante scenario, in quest'angolo di campagna non è cambiato nulla. Cambierà qualcosa visto che la Provincia deve rinnovare all'azienda l'autorizzazione integrata ambientale (Aia) senza la quale dovrebbe chiudere? Le istituzioni hanno risposto in modo fumoso, con un rimpallo di responsabilità.
Per i non addetti ai lavori capire quanti reflui produca un allevamento simile è arduo. Semplificando, i suini (che possono arrivare fino a 200 kg) producono reflui in una percentuale che varia dall'1 all'8% del loro peso. Adottando un calcolo molto prudenziale (ovvero prendiamo il peso medio di un quintale), sappiamo che un suino all'ingrasso (che oscilla dai 70 ai 100 chili) produce deiezioni pari al 6,8% del suo peso. Quindi 6 kg al giorno. Moltiplicato per 20mila capi la cifra che ne esce è impressionante. Sono almeno 120 metri cubi al giorno.
Teniamo presente che anche Pompiano e frazioni (Gerolanuova e Zurlengo) non hanno depuratore e le fogne finiscono in corpo idrico. Ma tutti gli abitanti messi insieme producono un decimo degli scarichi prodotti da quella azienda. Un raffronto molto esplicativo.
L'allevamento che si trova nella campagna pompianese, è dotato di una enorme vasca per lo stoccaggio dei reflui (fatta però in terrapieno plastificato e non in cemento) ed è per legge dotato di un piano di utilizzazione agronomica (Pua): un piano che prevede lo spandimento di questi effluenti (che sono ottimo concime) su svariati ettari di terreno, anche in paesi distanti da Pompiano. Ma è lecito davvero dubitare del rispetto di questo piano, viste le condizioni disastrose in cui versa la campagna in questa fetta di Bassa. D'altronde in un sopralluogo fatto nei giorni scorsi è facile vedere le tracce dei liquami fuoriuscire dalle muraglie di contenimento e un dedalo di tubazioni sospette.
I TECNICI DELL'ARPA di Brescia sono usciti svariate volte notificando il reato al proprietario dell'azienda. Ma il direttore della sezione di Brescia, Giulio Sesana, spiega che non è nelle facoltà di Arpa chiudere l'azienda, anche in caso di recidività del reato. «Noi abbiamo sempre inviato le segnalazioni dei reati contestati alla Procura - commenta Sesana - e provveduto a stilare un report puntale per la Provincia, l'ente che dovrà rinnovare o meno l'Aia a questa azienda. Un report nel quale abbiamo evidenziato le svariate criticità riscontrate».
L'Aia chi la deve rilasciare? Dovrebbe essere un lavoro concertato tra assessorato all'Ambiente e all'Agricoltura. Ma dal primo assessorato dicono che a loro spetta solo un parere, mentre la competenza è a capo dell'assessorato all'Agricoltura.
Per questo assessorato parla il suo massimo rappresentante, l'assessore Gianfranco Tomasoni: «La pratica è in corso di valutazione da parte degli uffici e non possiamo certo anticipare alcuna decisione, che verrà comunicata prioritariamente al diretto interessato. I tecnici valuteranno se è il caso di assumere ulteriori prescrizioni più restrittive. Non va comunque dimenticato il drammatico momento che stanno attraversando i suinicoltori, vittime di una crisi senza precedenti dalle intuibili conseguenze economiche». L'allevatore in questione, formalmente iscritto alla Coldiretti, non è però difeso dalla sua associazione agricola. Lo chiarisce nettamente lo stesso presidente Ettore Prandini: «La Coldiretti condanna in modo netto chi lavora al di fuori delle regole, danneggiando direttamente i tantissimi allevatori onesti».
Pietro Gorlani
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