martedì, 22 maggio 2012

Provincia da salvare

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A Bedizzole dovrebbe sorgere un impianto di trattamento dei reflui degli allevamenti avicoli, tu cosa ne pensi?

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C'è una "Provincia da salvare": secondo te quali sono le maggiori minacce ambientali che incombono sul nostro territorio?

  • L'eccessiva cementificazione del nostro territorio.
  • L'inquinamento e la qualità dell'aria sempre più scadente.
  • La presenza di troppe cave e discariche.
  • Poca attenzione istituzionale alla salvaguardia delle aree di pregio.
  • La scarsa educazione ambientale dei bresciani.

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Una discarica abusiva, uno scempio urbanistico, una roggia inquinata, ordinari scorci di degrado. Mandaci le tue segnalazioni: invia una foto, completa delle indicazioni sulla località in cui è stata scattata agli indirizzi di posta elettronica:
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provincia@bresciaoggi.it.
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Siti inquinati, le bonifiche a rilento

AMBIENTE. Oltre 200 le zone che necessiterebbero di interventi per ripulire falde, terreni, impianti da contaminazioni di natura industriale


Si è intervenuti solo su una delle sei aree di competenza regionale  le altre attendono da anni Ecco i punti critici della Provincia
24/08/2011
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La «torretta» della Caffaro affacciata su via Milano

La crisi economica «congela» anche le bonifiche dei siti inquinati presenti in provincia? Parrebbe di sì. Dalla Valcamonica all'hinterland, dalla Bassa alla Franciacorta sono anni che si attendono la bonifica di falde e terreni inquinati (58 i siti per l'assessorato regionale, mentre sono 223 quelli per l'Arpa, suo braccio operativo). Oltre all'eclatante caso Caffaro (con gli inquinanti che tramite rogge sono finiti nell'hinterland sud-occidentale), ci sono altre criticità notevoli sconosciute ai più.
Chi sapeva ad esempio di un inquinamento da solventi nella prima falda tra Rezzato e Botticino? E ci sono le scorie industriali che da decenni avvelenano i terreni della ex Ols a Pisogne. Ci sono le scorie di piombo stoccate a Travagliato in una cava in località Macogna, con l'amministrazione comunale che chiede alla regione di incassare le fideiussioni dei proprietari del sito (la società Bregoli, fallita lo scorso anno) per la definitiva messa in sicurezza.
DATI CONTRASTANTI. Quelli citati sono tra i 6 siti inquinati di competenza regionale (perché riguardano più comuni). Di questi solo uno è stato bonificato (Sellero). Gli altri sono in attesa. Da anni. Qualcosa a dire il vero è stato fatto: circa 50 i siti bonificati, laddove c'era la presenza di industrie fortemente inquinanti. Dati che stridono con quelli Arpa (ente emanazione della Regione): infatti il report Arpa del 2010 parla di 223 siti inquinati, di cui 158 "potenzialmente" contaminati, perché per decenni sopra hanno insistito industrie o distributori di benzina che hanno inquinato i terreni.
Per «potenzialmente» è sottointeso un necessario supplemento di indagine per stabilire appunto la quantità di inquinanti. Ma non ci sono fondi. Meglio allora edulcorare il boccone amaro con un bel condizionale.
LA MAPPA DELLE EMERGENZE. Novità rispetto al passato riguarda l'inquinamento da solventi nella prima falda tra Rezzato, Botticino e Brescia. Roba cancerogena, di cui si sa poco oltre all'informativa ufficializzata dai tecnici dell'assessorato all'Ambiente, su gentile richiesta dello stesso assessore. Sembra destinata a restare dove è ancora per anni anche la discarica di scorie di piombo tra Travagliato e Cazzago San Martino, nella Macogna. «La società proprietaria della cava è fallita – spiega l'assessore Davide Uboldi, del comune di Travagliato – e noi abbiamo chiesto alla Regione di poter almeno incassare la fideiussione che ci permette la definitiva messa in sicurezza». C'è poi il discorso della Piombifera bresciana. Per il Pirellone sono ben quattro i comuni in parte contaminati (Maclodio, Lograto, Mairano e Brandico) tanto da inserire il sito nella lista regionale. L'azienda (che, ricordiamo, era stata sequestrata nel giugno 2007) 3 anni fa ha ribattuto di avere fatto campionamenti e aver trovato valori fuori soglia per piombo e pcb solo in un piccolo terreno di mille metri quadri a fianco della fabbrica e sotto la stessa (ben altri, invece, sarebbero i dati rilevati dalla Procura un anno prima).

Pietro Gorlani




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