Per il Bigio ora scatta l'«ultimatum»
IL CASO. Entro la fine del 2009 la statua avrebbe dovuto tornare nella sua posizione originaria, in piazza Vittoria. Ma non tutto è filato liscioLabolani: «Chi deve finanziare il restauro temporeggia. A questo punto vogliamo risposte precise o ci muoveremo per altre strade»
Mara Rodella
Lo chiedeva quando era all'opposizione di Palazzo Loggia, lo ha annunciato dopo aver vinto le elezioni: il centrodestra vuole riportare la statua del Bigio in piazza della Vittoria in nome della storia della città.
Il recupero del colosso di marmo inaugurato a Brescia negli anni '30, è da tempo al centro del contendere politico. A far discutere non è tanto come e quando restaurare la statua ingabbiata nei magazzini comunali di via Rose dalla fine della guerra, quanto il significato che l'operazione potrebbe assumere: per alcuni, a partire dall'Associazione Nazionale Partigiani, un richiamo all'era fascista. Per altri semplicemente un rivivere le origini della nostra città.
La conferma del ritorno del Bigio davanti al Caffè Impero, già deciso dalla giunta Corsini, arrivò dalla giunta Paroli nel luglio 2008: il restauro sarebbe costato 147 mila euro, finanziato da una società privata e realizzato dagli studenti della Laba. L'assessore ai Lavori Pubblici Mario Labolani aveva ottenuto dai colleghi il via libera per dare mandato ai ragazzi dell'Accademia affinché restaurassero la statua, le cui condizioni non sono nemmeno tanto male: a parte un braccio rotto, lo stato generale del marmo è buono.
[FIRMA]GLI INTOPPI. Da allora non è filato proprio tutto liscio rispetto alla tabella di marcia. Dopo oltre un anno dal primo annuncio l'assessore promise: «Il Bigio uscirà dalla gabbia di legno per tornare nella sua pozione originaria, in piazza della Vittoria, spero entro al fine del 2009».
La fine del 2009 è passata ormai da tre mesi, e del Bigio nemmeno l'ombra. Eppure, il ritorno della statua - contestato da molti - è anche atteso da tanti bresciani che ci sono affezionati e aspettano il momento di rivederla al suo posto. I tempi per questa operazione però non sembrano brevi.
«Ho incontrato almeno un paio di volte i rappresentanti delle Assicurazioni Generali, che tra gli altri hanno in carico il finanziamento della sistemazione, ma non siamo mai arrivati al dunque, forse anche perché il momento economico non è dei migliori», rivela l'assessore Labolani.
LA LOGGIA tuttavia si sta spazientendo: «La decisione di muoversi così era stata presa dalla Giunta precedente. Se fosse per noi magari avremmo anche fatto diversamente, ma a questo punto abbiamo le mani legate - si rammarica l'assessore -. Il fatto è che stiamo andando avanti con i lavori di piazza della Vittoria. Molto presto la riqualificazione terminerà, i cantieri della metropolitana chiuderanno, e noi vogliamo che il Bigio torni proprio lì dove deve stare».
Per Labolani, insomma, è arrivato il momento che le Generali «diano una risposta precisa perché altrimenti - avverte - siamo disposti o a metterci i soldi noi, o a trovare altri sponsor». E aggiunge: «Già altri si sono detti disponibili a finanziare la sistemazione, basta capire come ci dobbiamo comportare». Intanto, il Bigio resta chiuso nella gabbia di via Rose. I lavori commissionati alla Laba non sono ancora iniziati, in attesa che si risolva il nodo delle risorse.
LE POLEMICHE. L'operazione non è mai piaciuta all'Anpi, che da subito ha gridato allo scandalo mentre l'opposizione suggeriva una collocazione alternativa. Alto 9 metri per 280 quintali, il Bigio porta la firma di Arturo Dazzi: realizzarlo gli era costato 300 mila lire. E anche prima della guerra il colosso non ebbe proprio vita facile: le sue nudità diedero scandalo, al punto che il Vescovo proibì a suore e preti di passeggiare in piazza. Il primo novembre 1932 l'inaugurazione a Brescia, alla presenza del Duce. «Pensato per incarnare la giovinezza d'Italia e la vittoria in guerra, per volere di Mussolini il Bigio diventò il simbolo dell'era fascista», ricorda oggi l'Anpi di Brescia.
Il 2 novembre 1945 il colosso fu danneggiato dai bombardamenti degli alleati: mutilati un pezzo di gamba, un braccio, la foglia che nascondeva un nudo che aveva fatto discutere. Poi cadde il fascismo, e il Bigio finì in una gabbia di legno. «Ma non per molto ancora», ribadisce Labolani, mentre l'Anpi non fa sconti all'ideologia: «Rimettere il Bigio in piazza della Vittoria senza rievocare il regime fascista, ma solo per un recupero storico, come sostiene il Comune, è ipocrisia pura». «Mettiamo il Bigio a Campo Marte, aveva proposto la giunta Corsini. E invece no - sottolinea l'Anpi -: per Labolani e colleghi il Bigio in piazza della Vittoria è il simbolo di una rivincita politica: sì, ma della destra fascista».
DAL DOPOGUERRA al ventunesimo secolo, per l'associazione i parallelismi corrono sulla linea politica di Palazzo Chigi: «Il governo criminalizza ogni forma di dissenso civile e sociale manifestato da chi chiede giustizia. Ma è un governo - secondo l'Anpi - che predica sicurezza e taglia i fondi alle forze di polizia in cambio delle ronde: compagnie di ventura che riportano la memoria alle squadre fasciste e alle SA naziste. In questo scenario, meglio sarebbe riconsiderare la sorte del Bigio, perchè non diventi una provocazione al movimento democratico bresciano».
PICCATA LA REPLICA di Labolani: «Ma quale ritorno al fascismo? - ribatte l'assessore -. Stiamo solo cercando di far tornare Brescia alle origini, ai suoi luoghi di incontro tra la gente, alla sua storia. E il Bigio di marmo non è che un pezzo di questa storia: la nostra. Riposizionare la statua non è affatto la rievocazione nostalgica di un messaggio politico legato all'era fascista. Queste sono illazioni del tutto infondate. Lo dimostra proprio il fatto che il ritorno del Bigio alla vita della piazza è un idea che anche la giunta Corsini aveva condiviso. Metterlo altrove non avrebbe senso, e non perchè lo dico io, ma perchè queste sono le indicazioni della Soprintendenza: le opere d'arte vanno rimesse esattamente nei punti per cui erano state pensate e collocate, non a caso». Quindi in piazza Vittoria, sul marciapiede davanti al bar Impero. «Quelle dell'Anpi sono polemiche inutili e prive di logica - sostiene Labolani -: capirei se si contestasse la statua di per sè, e quel che per la memoria di alcuni può rappresentare, ma non ha senso ribattere sul luogo in cui vogliamo posizionarlo. Perchè quello è il suo posto, punto. Nessun messaggio politico, solo storia».
Natalia Danesi
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